Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 19: Terre Fantastiche.


Titolo originale: The Enchanted World 19: Fabled Lands. 1986.
Traduzione e adattamento di: Francesco Ficarra.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Terre fantastiche. Viaggiamo con Orfeo nell'Ade alla ricerca del suo perduto amore e varchiamo i magici portali per saccheggiare terre favolose al di l del tempo e dello spazio. Una guida imperdibile per i sognatori..
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
In Viaggio Verso l'Ignoto.
L'Arcipelago Incantato.
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Capitolo Due.
Il Regno della Notte Eterna.
Sfidare il Buio.

Capitolo Tre.
Il Confine dei Mondi.
La Duchessa della Fontana.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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In Viaggio Verso l'Ignoto.
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 Il cammino del viandante, quando lastirpe dei mortali non era pi anziana di un pulcino appena uscito dal guscio, era insicuro e avventuroso: la terra, selvaggia e vergine come ai tempi della Creazione, era abitata allora da razze pi antiche come Titani, Giganti e Dei, dotate di poteri straordinari. Mondi pieni di magia si trovavano negli anfratti pi nascosti della campagna, nelle profondit marine e persino nei campi bianchi delle nuvole; talvolta erano visibili, talvolta no.
I confini di queste terre erano cos sfumati che una svolta del sentiero, un'onda dell'oceano o il punto dove l'arcobaleno toccava terra apparivano all'ingenuit dei mortali come porte su altri mondi. In quei luoghi misteriosi e sfuggenti vivevano ancora le creature incantate che avrebbero abbandonato la terra dopo la comparsa degli umani. Nessuno sapeva quando, attraverso una frontiera invisibile, sarebbe passato dal suo mondo abituale a un luogo estraneo e sconosciuto, dove la vita che aveva vissuto fino allora avrebbe contato meno di niente. Persino la superficie d'una goccia d'acqua poteva essere l'accesso a i incredibili avventure, come racconta un'antica leggenda araba. Vi era un giovane sultano, maestro nell'arte del duello, un guerriero che non conosceva la paura; la sua trib era ricca di cavalli dal manto lucido - orgoglio degli Arabi - oltre che di capre, cammelli e schiavi. La reggia del sultano, che si affacciava da un'alta collina sul deserto di Rub'al Khali - che significa luogo disabitato - era adornata di tappeti, vassoi d'argento e forzieri di bronzo e avorio. Il sultano era un eccellente cavaliere, pieno della saggezza del suo mondo: conosceva l'ora dalla posizione del sole e si orientava osservando la rotazione delle stelle nel cielo limpido delle notti arabe.
Come tutti gli uomini d'azione, il sultano aveva poca pazienza per le storie fantastiche che venivano raccontate.
Una volta si permise di ridere della leggenda del profeta Maometto, che un anziano della sua trib stava raccontando: si dice infatti che Maometto abbia attraversato i sette cieli a cavallo di al-Buraq, il leggendario animale dalla testa di donna, il corpo di mulo e la coda di pavone, fino a trovarsi al cospetto del trono di Dio. L'intero viaggio non sarebbe durato che la decima parte della notte.
Dopo la risata del sultano, la sala sprofond nel silenzio: si trattava di un atto blasfemo. L'anziano sacerdote che l'aveva raccontata per, rimase impassibile.
"Signoregli disse poi "volete vedere con quanta velocit pu viaggiare un mortale?".
Incuriosito, il sultano acconsent. Il santone si alz dal tappeto su cui sedeva, vers dell'acqua in un bacile d'oro e sussurr qualcosa a voce bassissima; poi lo porse al suo sovrano.
Il sultano si chin a guardarvi dentro, ma non vide che lo scintillio dell'oro. Si avvicin e nella profondit dorata presero forma delle immagini: una citt come in miniatura apparve nell'acqua. Non una rocca fortificata come il suo nido d'aquila, ma una citt bianca inondata di sole, piena di case graziose e di torri esili e snelle. Incantato, il sultano si sporse ancora, fino a toccare con la punta del naso la superficie dell'acqua.
In quell'istante la visione lo inghiott. Cadde nell'acqua, un gorgogliare gli riemp le orecchie e un velo di oscurit gli scese sugli occhi. Scivolava come in un sogno, prigioniero di un vortice silenzioso, e sent sulle labbra il sapore del sale.
Cos come era stato rapito, d'un tratto fu libero: mise la testa fuori dall'acqua, e si trov immerso fino alla vita nel mare che aveva visto nel bacile. Di fronte vi era una spiaggia di sabbia dorata e oltre, le mura della citt biancheggiavano contro il cielo; l'aria era calda e tranquilla.
S'incammin, straniero in un paese straniero. Qualcuno, per, lo osservava: sotto l'ombra delle palme stava una giovane donna, pallida e graziosa, con occhi neri come il carbone. Lo guard attentamente per qualche minuto, poi gli sorrise.
"Sei l'uomo venuto dal maregli disse "era stato predetto che oggi saresti venuto a me per essere il mio sposo. Io sono la figlia del liutaio". Gli tese la mano, e stringendola egli sent svanire i ricordi della propria vita, che si facevano pallidi riflessi di un'infanzia vissuta molto tempo prima.
La figlia del liutaio Io accompagn in citt; insieme salirono per un viottolo che si snodava tra le agavi e i cespugli di rosmarino. Alte palme da datteri costeggiavano le strade in terra battuta, la facciata d'ogni casa sembrava custodire un silenzio operoso.
"Che paese  questo?domand il sultano che non era pi un sultano.
"Cosa vuoi dire? Questo  il paese".
"E non ha nome?".
"Non ne ha bisogno".
"E chi predisse che io sarei uscito dal mare proprio oggi?".
"Mia madrerispose la fanciulla, sorpresa. "I nostri sposi vengono sempre dal mare, e al mare ritornano dopo la morte. Le nostre madri hanno il compito di dirci in quale giorno".
Il sultano pens a tutti gli uomini che aveva conosciuto e che erano scomparsi senza preavviso n spiegazione, ma non disse nulla.
Camminavano lungo un muro di calce bianca, dal quale sporgevano le fronde di alti alberi. La ragazza suon un campanello, e all'istante si aprirono le porte sul cortile della casa del liutaio. Le pareti erano ombreggiate dal riverbero del verde delle piante; tutto sapeva di fresco. L'acqua zampillava da una fontana al centro del cortile, e sul bordo della fontana sedeva il liutaio: un uomo alto, avvolto in preziose vesti di lino. Si alz e and incontro al sultano, lo ringrazi di cuore, poi le sue parole assunsero l'aria di un rito: "Benvenuto figlio mio, benvenuto figlio del maredisse.
Cos il sovrano arabo fu accolto in quella famiglia di un mondo che non conosceva. Poich credeva nel destino, si rassegn a quella sorte che in verit, era una sorte nient'affatto malvagia: sua moglie era una ragazza bella, affettuosa e gentile, il liutaio era un uomo ricco e le stanze che aveva costruito per la figlia e il suo sposo erano luminose, con grandi finestre che si aprivano sul cortile. Cos il sultano spos quella ragazza, secondo gli usi del paese, e si dedic al mestiere del suocero. con sgomento.
Era felice, in quel luogo. Dopo un anno, sua moglie gli diede una figlia dagli occhi neri come i suoi; quando la bambina camminava appena, nacque la secondogenita.
Sua moglie partor il terzo figlio circa un anno dopo, ma il bambino nacque morto, e il parto uccise anche la madre.
Finito il funerale, dopo il lamento funebre, mentre le figlie dormivano nelle loro culle, il giovane vedovo se ne stava tutto solo in giardino, oppresso dalla solitudine e dalla pena. Dei passi risuonarono sulle mattonelle del cortile, e alzando gli occhi incroci lo sguardo del suocero. un'ombra fuggevole.
"La porta  aperta, figlio del mare", gli disse gravemente.
Il giovane comprese che, secondo l'usanza, doveva cercare anche lui la morte. Con un cenno del capo grave e dolente, acconsent. Usc dal portone e cammin per le vie polverose della citt. Nessuna ombra seguiva i suoi passi, nessuna voce lo chiam. Attraverso il boschetto di palme arriv in spiaggia, cammin sulla sabbia rovente. Senza esitare si abbandon all'abbraccio dell'acqua, che appesant le sue vesti e lo attir nella sua profondit insondabile; alz appena lo sguardo per catturare l'ultima luce, e fu inghiottito dal mare.
Cominci a sprofondare in quell'abisso,
 al termine del quale lo attendeva - cos pensava - la morte; invece si trov di fronte i muri della stanza di quando era bambino, proprio come li aveva lasciati anni prima. Aveva un bacile d'oro tra le mani, Alz la testa, e i suoi occhi incontrarono lo sguardo severo del sacerdote,
"Il viaggio  stato lungo, signore?chiese il vecchio.
"Molti, molti annirispose il sultano, Il sacerdote sorrise, e scosse la testa, "Solo i pochi secondi - rispose - tra un respiro e l'altro. Come insegna il profeta, vi sono luoghi dove il tempo marcia con altro ritmo che il costante sorgere e tramontare del sole".
In quale paese fosse entrato attraverso l'acqua del bacile, il sultano non avrebbe saputo dirlo. Non vi torn mai pi, n mai seppe nulla dei figli che aveva generato.
Tutto ci che sapeva era che esisteva un altro mondo oltre il suo, retto da leggi differenti.
Era tornato coi suoi soli ricordi, e con una nostalgia che non l'avrebbe mai pi abbandonato.
Uomini e donne hanno varcato i confini del loro
 mondo, inseguendo l'amore, l'avventura o la ricchezza, o semplicemente il caso;
ritrovandosi in terre sconosciute, pi selvagge di qualunque sogno. Altre volte, invece, sono state le creature di questi paesi misteriosi ad avventurarsi nel nostro mondo, affascinando e spaventando coi loro poteri soprannaturali.
Quando ci si avvicina al varco, il tempo comincia a scorrere in modo diverso: la vita passata si allontana, i ricordi si fanno confusi, scompaiono, finch la porta si chiude alle nostre spalle, e non si  pi quel che si era un attimo prima. Il dolore del passaggio dura pochi istanti, e poi lascia il posto a un nuovo sentimento di coraggio e curiosit, come all'alba di un nuovo giorno, o di una nuova vita.
Per lungo tempo, questi varchi tra un mondo e l'altro sono rimasti aperti, e bench nessuno conoscesse esattamente il luogo e l'ora, passare la frontiera era possibile. Gli uomini di mare raccontavano di isole fantastiche: al largo delle coste di Sicilia, oltre lo stretto di Messina, a volte si intravedeva la reggia della Fata Morgana. Sui mari della Svezia, invece, navigava la leggenda del mostro marino Gummer's, che affondava e risorgeva dal mare, affiorando prima delle tempeste e portando in secca grandi banchi di pesce. Gli Scozzesi raccontano poi di Havel Bavel, un'isola circondata di nebbia nei pressi di Orkney, governata da uomini foca; queste creature fantastiche, met uomini e met animali, sbarcavano all'improvviso sui villaggi della costa e rapivano le donne umane, che non facevano pi ritorno fra i loro simili. I mari pi pieni di mistero erano quelli al largo delle coste occidentali dell'Irlanda, dove la presenza del vecchio dio del mare Manannan era cos forte che, ancora in epoca cristiana, la gente diceva d'averlo visto cavalcare sulla schiuma delle onde col suo cavallo incantato. Le acque di Manannan erano un immenso regno il cui vero re era il mistero. Vi fluttuavano isole con castelli di vetro, luoghi dove gli alberi davano mele d'oro, terre abitate da giganti e mostri che nessun mortale potrebbe descrivere.
Da queste terre, talvolta, arrivavano le creature dell'Ade, che sbarcavano in Irlanda per rapire i mortali. In quei villaggi nacque la leggenda di Conia figlio di Con, guerriero di cento battaglie, il cui cuore fu rubato da una strega bellissima, senza che nessuno mai sapesse perch. Il giorno che lei venne a prenderlo, Conia stava sulla spiaggia tra i suoi guerrieri: a un suo cenno, egli lasci la casa e i suoi cari senza dire una parola. Salp verso ovest a bordo di una nave di cristallo che sfiorava le onde, seguendo la traccia dorata che il sole disegnava sull'oceano; fu inghiottito in quel chiarore scintillante, e sulla terra dei mortali nessuno pi ne ebbe notizia.
Le isole di Manannan erano meravigliose e piene di insidie; i loro abitanti misteriosi. Gli irlandesi erano ammaliati dalla bellezza e affascinati dal rischio come raccontano le antiche leggende immrama.
Una di queste storie era quella dell'isola di Brenthamon, i cui fenomeni misteriosi affascinarono per secoli i marinai. L'isola, secondo il monaco Rolando di Wales, era un fantasma che appariva all'improvviso incantando i viaggiatori, e si faceva beffe di loro svanendo tra le onde mentre si avvicinavano. Rolando pensava che se un marinaio avesse scagliato una freccia incendiaria su quella spiaggia, l'isola sarebbe stata ancorata alla realt. Il fuoco, diceva, avrebbe annientato la magia che governava l'isola, essendo "il pi sacro degli elementi, testimone del segreto dei cieli".
Molti marinai videro Brenthamon da lontano; ma uno soltanto pot vantarsi di averci messo piede. Si chiamava Kirwan.
Era un ragazzo delle isole Aran che si trov perduto nella nebbia un giorno d'inverno mentre pescava aringhe; la barca di un mercante lo salv dal mare, ma in breve si smarrirono di nuovo nella foschia, vagando alla deriva nell'aria senza vento. La nave, infine, gett l'ancora davanti a una spiaggia sconosciuta, e la nebbia si dissolse rivelando un paesaggio verdeggiante. Vicino alla spiaggia c'era un castello, poco pi che una torre di pietra. I marinai chiamarono, ma le sentinelle non rispondevano: la fortezza era immersa nel silenzio, apparentemente disabitata.
Poich la notte stava scendendo, gli uomini si accamparono nella quiete della spiaggia. Scaricarono le provviste e prepararono il campo per la notte; ma appena sfregarono la selce sul metallo per accendere il fuoco, esplose il caos. Un grido terrificante si alz dalla terra squarciando il silenzio, e l'aria si infiamm di colpo. Sudicie figure d'ombra balzarono sulle teste dei marinai inscenando una danza macabra, tra gli ululati delle creature della notte. Terrorizzati, Kirwan e gli altri si ritirarono sulla loro nave per osservare i fantasmi di fuoco che danzavano attorno all'isola e alla torre.
Le prime luci dell'alba riportarono la quiete, e il sole del mattino, brillando sulle pietre della torre, illumin una porta: un vecchio uomo era affacciato e faceva segni verso la nave al largo. Era disarmato. Il mercante che guidava la spedizione mand Kirwan sulla spiaggia a bordo di una scialuppa.
Appena Kirwan arriv alla torre, il vecchio, subito raggiunto da altri uomini della stessa et, gli diede il benvenuto con grande calore e gli disse che avevano salvato la sua isola - imprigionata a lungo nell'invisibilit dagli incantesimi dei nemici -portandovi il fuoco. Le fiamme avevano spezzato l'incantesimo che teneva prigionieri lui e la sua gente.
Ancora molti anni dopo, divenuto egli stesso vecchio e saggio, Kirwan andava mostrando le monete che quegli uomini gli avevano dato per riconoscenza - oro e argento d'uno stampo mai visto. Non sapeva dire, per, chi fosse quell'uomo, e quali nemici lo minacciassero. Quei marinai furono gli ultimi esseri umani a metter piede su Brenthamon; quando fecero rotta verso casa, l'isola si ritir nuovamente dietro il velo della foschia, mostrandosi, come altri regni incantati, solo in immagini che apparivano all'improvviso, e rapidamente svanivano.
Per i mortali, il miracolo di queste apparizioni era un privilegio precario: nel corso dei secoli, infatti, queste terre misteriose furono sempre evanescenti. Per questo i racconti che le riguardano sopravvivono soprattutto per frammenti, ricordi di momenti fuggevoli di una vita. Guglielmo di Malmesbury, un monaco inglese del Dodicesimo secolo, riporta nelle sue cronache uno di questi momenti.
A un chierico francese, amico di Guglielmo, era stata mostrata durante un viaggio in Italia una montagna che secondo i contadini del luogo custodiva il tesoro nascosto dell'imperatore Ottaviano, erede di Giulio Cesare. Incuriosito, il monaco scal il monte coi suoi seguaci ed entr in una caverna vicino alla cima. Scoprirono un passaggio nascosto, attraverso il quale raggiunsero un viottolo lastricato di ossa umane. Il sentiero finiva in un grande lago sotterraneo, scuro come la notte, su cui era sospeso un ponte d'argento; in fondo, l'altra estremit del ponte era sorvegliata da due cavalieri dall'armatura d'oro, in sella a cavalli di razza. Accecati dall'avarizia, gli uomini si avventurarono per il ponte ma all'improvviso, la sua estremit pi vicina sprofond nell'acqua nera, mentre quella lontana si impenn verso l'alto. Il suono possente di un gong riemp l'aria, e la terra prese a tremare sotto i loro piedi. Il monaco fugg, senza prendere altro che un calice d'argento, trovato da uno dei suoi compagni fra le ossa del sentiero.
Tornarono il giorno dopo, e al riparo di uno sperone di roccia spiarono i guardiani del tesoro: belve dal corpo arso e contorto, con le narici dilatate e gli occhi fiammeggianti. Demoni, pens il monaco, e lasci per sempre quel luogo.
Questo breve resoconto era tutto quel che si sapeva del tesoro sepolto di Ottaviano. Differiva di poco dalle storie di molti altri re e guerrieri del Nord che riposavano congelati nelle caverne delle montagne con i loro scudieri - addormentati fino a quando i loro discendenti non li avessero richiamati.
Allo stesso modo, i Germani raccontano di Federico Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero e valoroso crociato, che giace sepolto in una caverna sotto le grandi foreste delle montagne di Kyffhuser; egli siede a un tavolo tondo attorno al quale, nel corso dei secoli,  cresciuta la lunga barba rossa che gli diede il nome. L'eroe irlandese Finn Mac Cumal riposa in una grotta con la sua famiglia di guerrieri. Era stato predetto che un giorno tre soffi di vento sarebbero entrati nel corno di Dord Fiann per venire a destarlo, e lui avrebbe risuscitato la gloria dell'Irlanda.
Di molte grotte nel Glamorganshire si diceva che ospitassero re Art e i suoi compagni. E vicino al Cardiganshire, su una brughiera solitaria, un sentiero conduceva sottoterra, in una vasta caverna dove dormiva Owen Lawgoch 'Manorossa', con la spada degli antichi re britannici stretta in mano, circondato da un immenso tesoro e uomini in armi. Erano in molti a credere che questo venerabile guerriero, che un tempo aveva difeso l'Inghilterra dall'invasione dei Sassoni, sarebbe risorto per guidare la nazione.
Spesso questi territori incantati erano scoperti da contadini e viandanti, che ci capitavano sopra per caso. A volte, stranieri di passaggio svegliavano solo in parte i vecchi spiriti dell'aldil. Una voce nell'ombra domandava: " l'ora?", e il viandante, pieno di spavento, rispondeva: "Riposa, non  ancora il tempo", restituendo al sonno il fantasma inquieto.
Le storie di eroi addormentati in caverne magiche sono abbastanza nebulose; sono come le leggende di paesi perduti quali Lyonnesse, un regno all'estremit orientale della Cornovaglia, che fu sommerso dal mare. Solo le cime delle montagne - le isole Scilly - rimasero scoperte e unica voce rest la campana della chiesa. Gli uomini sono sempre ansiosi di spiegare i misteri che li circondano con parole e pensieri di uomo, popolando le grotte dei monti di esseri umani, e dando un nome umano alla voce delle onde. Quelle voci erano vere, e reale la vita che alitava dentro la pietra.
Non era per, una voce umana; piuttosto, era l'ultima voce di razze lontane, che avevano abitato la terra prima dell'uomo.
I popoli antichi lo sapevano: in Grecia e nelle terre del Nord si serbava il ricordo dell'et dell'oro, quando gli dei in persona camminavano sulla terra e non esitavano a intervenire negli affari della giovane razza umana.
In Irlanda si raccontava dei Tuatha, un'antica stirpe di maestosi guerrieri, che alcuni credevano dei, altri antichi maghi. I Tuatha erano spariti dall'Irlanda quando gli uomini vi si erano stabiliti, ma non erano morti: si erano soltanto ritirati, e vivevano sotto terra e sotto il mare; si pensava, inoltre, che alcune delle verdi colline d'Irlanda fossero le porte d'accesso a questo regno sotterraneo. Qui il mondo segreto e vibrante dei Tuatha continuava a vivere; vi si trovavano tesori incantati e un'antica magia sconosciuta ai mortali.
come camaleonti, i Tuatha potevano mutare aspetto a loro piacimento. Erano in grado di assumere le sembianze di uomini e donne splendidi, ma potevano anche avventurarsi tra i mortali sotto le spoglie di cigni o corvi o trasformarsi in onde del mare. Il loro rapporto con gli umani era altrettanto variabile, un imprevedibile alternarsi di benevolenza e ostilit. Si diceva che i Tuatha custodissero il segreto della fertilit della terra; a volte, poi, in tempi antichissimi, sposavano donne e uomini mortali, cos che alcune famiglie irlandesi vantavano sangue divino. Erano inoltre una razza dotata di una forza selvaggia.
Per proteggersi dai sortilegi dei Tuatha, gli irlandesi si circondavano di parole magiche: l'ordine che imposero alla vita era come un muro contro il disordine dei loro predecessori. Vi sono, per, sentieri misteriosi, nella vita come nell'anima, che la ragione non illumina, e che non possono essere dominati; non tutti gli irlandesi erano disposti a sottostare a quell'ordine che garantiva la loro sicurezza, come dimostra la storia di Nera.
Era questi un servitore della regina guerriera Maeve e di Ailill suo sposo. La sua avventura cominci la notte del solstizio d'inverno che, secondo le leggende,  la notte dei morti - solstizio d'inferno, come lo chiamavano un tempo;  infatti in questi momenti di passaggio come l'alba, il crepuscolo, la mezzanotte, che forze oscure e misteriose si liberano sulla terra. Sono quei momenti in cui la gente saggia se ne sta a casa propria, poich la notte  popolata di morti e i guerrieri Tuatha sono liberi di vagare.
Alcuni invece non hanno paura dell'oscurit, e vagano per la notte in cerca d'avventure: Nera era uno di questi. Aveva raccolto la sfida di Ailill. Quella notte, infatti, lo sposo della regina guardava i suoi guerrieri e presiedeva il rito magico.
A un certo punto il re s'era alzato in piedi e aveva lanciato una sfida sacrilega: "Se vi  fra voi qualcuno abbastanza coraggioso da staccare un cadavere dalla forcaaveva detto, "costui avr la mia spada dall'elsa d'oro".
Nera raccolse la sfida.
Usc dalla stanza, sorpass i guardiani all'ingresso e si mise in cammino sulla strada che scendeva dalla collina di Cruachan, dove stava il palazzo. Non v'era che un alito di vento; i suoi passi risuonavano sonoramente tra le pietre del selciato su cui le ombre degli alberi si allungavano spettrali come forche. Da uno di essi, Nera vide pendere il corpo di un ladro impiccato il giorno prima, nessuno lo aveva staccato dal ramo, nessuno avrebbe toccato un morto la notte del solstizio.
Nera lo fece. ,
Con le mani che gli tremavano, leg una gamba del morto con una corda di vimini. Appena l'ebbe fatto, una voce tuon sopra la sua testa: "Portami dell'acqua, ero assetato quando mi uccisero".
Poich aveva toccato un cadavere nella notte consacrata ai morti, ora Nera era in suo potere. Senza dire una parola, lo fece scendere; sent quelle gambe secche stringergli la vita e braccia gelide si allacciarono al suo collo. Il morto gli parl all'orecchio con una voce metallica e gutturale: "Avanti", disse, e Nera si mise in cammino verso una capanna di contadini, la cui finestra illuminata splendeva in lontananza.
Essendo ormai in balia del morto, era tutt'uno con lui, ne condivideva i poteri, e scorgeva sguardi invisibili all'occhio umano. La prima capanna cui si avvicin col suo fardello era sbarrata da un cerchio di fuoco contro i demoni, e la seconda da una vasca d'acqua benedetta. In quelle case, la gente aveva dato fuoco ai mobili vecchi, e vi bruciava sopra un estratto d'incenso per tenere lontani i morti in quella notte di fatale sortilegio: era l'usanza della regione. La terza casa, invece, era buia: non erano state prese precauzioni. Nera entr.
Il cadavere cadde dalle sue spalle, rotol tra la sporcizia del pavimento e inciamp in una brocca che giaceva a terra.
Finalmente pot bere, si asciug la bocca, e poi sput l'acqua sul contadino e gli altri della sua famiglia, che dormivano sui pagliericci. I loro corpi seccarono, ed essi morirono dove si trovavano.
"Questo vi insegni a rispettare la saggezza delle usanze", disse il cadavere, con gli occhi scintillanti di ferocia. Poi, rivolto a Nera: "Riportami alla mia forca, ora: ti mostrer altri sguardi."
Cos fu. Quando Nera ebbe issato nuovamente il corpo, si gir verso la fortezza. Una colonna di fumo nero si alzava alta sulle torri sopra gli archi. Nell'incandescenza di fuoco, Nera vide un drappello di guerrieri che correvano sulla strada della fortezza; e dalle loro cinture vide dondolare le teste mozzate dei suoi compagni. Ai piedi della collina di Cruachan, il gruppo di cavalieri svan nel ventre di una caverna che non aveva mai notato prima.
Senza pensarci due volte, Nera li segu. Arriv fino all'apertura della grotta ed entr, pronto ad affrontare qualsiasi pericolo. Si ferm per prendere il respiro e cercare la direzione giusta; con un tremito, due massi si staccarono dalla montagna, e la terra si chiuse alle sue spalle. In lontananza, i passi dei guerrieri risuonavano nel silenzio.
Poich non aveva scelta, cammin a lungo su un sentiero che scendeva nelle viscere della collina tra muri di pietre. Gli sembrava di camminare da ore, quando finalmente il sentiero cominci a stringersi, per finire in un volo di rocce che portavano a un voltane di pietra umida.
Si ferm intontito a guardare: davanti a lui si stendeva una terra nuova e diversa; sopra la sua testa splendevano stelle meravigliose; sotto, lucidato dal chiarore delle stelle, un vigneto carico di grappoli e campi di grano maturo. Sembrava estate. In mezzo ai campi si alzava un palazzo, che non assomigliava affatto alle fortezze di legno di Ailill e degli altri re irlandesi.
Le sue mura erano d'una pietra vitrea che catturava i riflessi delle stelle, e le torri erano esili e slanciate. Pi lontano, sui monti che svettavano oltre i campi e i frutteti, baluginava l'immagine di altri castelli.
Una mano di ferro gli afferr il braccio; Nera si volt e vide un guerriero altissimo, con l'armatura e l'elmo di cuoio. La sua spada era sguainata. Con un cenno della testa indic a Nera di seguirlo; cos fu portato al palazzo del re.
Non gli fecero alcun male; la saladel trono era affollata, ma non v'era traccia dei guerrieri che Nera aveva visto fuggire con le teste dei suoi compagni. La gente gli passava di fianco, apparendo e svanendo rapidamente; solo il re, una figura maestosa con un mantello scarlatto e una folta chioma rossiccia, aveva consistenza reale. Guard Nera divertito: cosa aveva da temere un re Tuatha da un mortale, e per di pi nel suo proprio regno? Senza nemmeno chiedergli come si chiamava, lo affid a una donna del castello e gli ordin di portare legna da ardere per il palazzo.
Non si pensa mai che un ordine impartito con tanta sicurezza possa essere un errore. La donna incantata viveva in una casetta bianca dentro il bosco; era esile e pallida, come la maggior parte delle donne Tuatha; aveva occhi grigi, e i suoi capelli scintillavano come la luce della luna. Quegli occhi brillarono quando videro Nera, che era un giovane bello e forte, e anche disarmato conservava il portamento fiero del soldato. Lungo il cammino lo guid con ordini secchi, senza mai voltarsi verso di lui; ma una volta a casa, gli occhi del guerriero incontrarono quelli della donna, e si rinnov il miracolo del graduale ma rapido rilassarsi di quello sguardo severo.
Fecero l'amore quella notte stessa, e Nera si ferm il giorno successivo e quello dopo ancora. La terza notte lei gli chiese come era entrato nel regno dei Tuatha, e lui le raccont ogni cosa, la fortezza di Ailill che bruciava, la caverna di Cruachan, il sentiero a strapiombo fra le rocce. La donna esit un attimo, poi si raccolse i capelli e si mise a ridere.
"Talvolta i mortali hanno delle visionidisse; "l'incendio non  ancora avvenuto, i tuoi compagni sono ancora vivi; il re prender la fortezza fra un anno, se tu non lo impedirai".
"E come posso impedirlo?chiese Nera, spaventato all'idea di quell'impresa.
"Te lo dico se mi giuri che tornerai da merispose lei, "da me e dal bambino che porter in grembo".
Nera la baci teneramente ancora una volta, e inginocchiandosi sul suo ventre prest giuramento. Cos la donna gli disse cosa doveva fare: doveva tornare dalla sua gente e avvertirli del pericolo.
"Ma come far a tornare? Sono tre giorni che sto qua, e la caverna  chiusa".
"Non sei rimasto qui che pochi istanti; nella stanza di Ailill, i guerrieri sono ancora seduti attorno al focolare, e nel paiolo bollono ancora il mirto e la salvia per proseguire la festa".
"Crederanno che sono pazzo, e nessuno mi ascolter. Sar impossibile convincerli", disse Nera scoraggiato.
"Porta con te questi frutti estivi, ora che nel tuo paese  inverno. Alla festa dell'anno prossimo, Ailill e i suoi guerrieri devono attaccare questo regno, e risparmieranno solo me e nostro figlio. Dovranno portare via il tesoro che protegge il regno, cos al re mancher la forza di distruggere Ailill. Il tesoro  un diadema d'oro nascosto in un pozzo nel giardino del castello. Incontrerete uno sciancato che monta sulle spalle di un cieco, e dovrete separarli. Cos svanir ogni loro potere e forza".
Poi la donna guid Nera attraverso la terra assolata fino al pozzo dove si trovava la preziosa corona, protetta dai guardiani intrecciati. Lo port sotto l'arco che era la porta della sua terra, gli diede more selvatiche, pesche e fragole del bosco, da portare con lui tra i mortali, e gli ricord ancora una volta il giuramento.
Tutto avvenne come lei aveva detto. Un anno dopo, quando le porte del regno dei Tuatha si aprirono per la notte infernale, Ailill attendeva coi suoi uomini. Scesero in quel mondo sotterraneo, rubarono la corona d'oro e tornarono all'aria. Poi, la via d'ingresso di Cruachan si richiuse. Nera rimase indietro con la donna e il bambino; i suoi compagni non lo rividero mai pi.
Cos il regno dell'Ade fu sottratto alla vista degli umani. Si raccontano ancora storie sulla grotta di Cruachan, ma nessun altro  mai pi sceso per il sentiero che porta nel paese assolato dei Tuatha.
Sebbene gli incontri coi Tuatha si facessero sempre pi rari, dovettero passare centinaia d'anni prima che gli uomini smettessero di vederli. La loro vita incantata e misteriosa continuava. Il timore che ispiravano svan con la loro potenza, ma nessuno, nemmeno chi aveva visitato il loro paese, pot dire d'averli compresi.
Molti secoli dopo che Nera era scomparso nella collina di Cruachan, per esempio, i suoi discendenti si avventuravano ancora in altre parti dell'aldil, anche se per ragioni diverse. Questi temerari erano i Fianna, la gloriosa confraternita di guerrieri che sotto la guida di Finn Mac Cumal proteggeva i re irlandesi.
Accadde una volta che quattordici Fianna furono rapiti; esseri misteriosi, travestiti da mercanti, li convinsero con l'inganno a montare sui loro cavalli. Quelle bestie stregate, per, crebbero a dismisura finch fu impossibile scendere, e con la forza dell'incantesimo galopparono dai pascoli dei Fianna verso l'Oceano; corsero fino a scomparire tra le onde.
I Fianna mandarono un drappello di uomini in armi a cercarli a bordo di una nave da combattimento guidata da Finn. Essi fecero vela nella direzione che avevano preso i cavalli. Viaggiarono per molti giorni prima di avvistare, una terra sconosciuta. L'isola si stagliava all'orizzonte nella luce precaria dei vapori misteriosi dell'oceano. I Fianna ormeggiarono la barca in una cala protetta da scogli a picco sul mare, e Diarmuid figlio di Donn, il pi forte e coraggioso di loro, part per cercare i compagni.
Si arrampic sulla parete a strapiombo, cercando con mani e piedi gli appigli nella roccia, e difendendosi dagli attacchi dei gabbiani. Quando infine guadagn la vetta, si chin a guardare in basso: la barca sembrava un giocattolo, e dondolava tra le onde laggi. Dei suoi compagni scorgeva a mala pena l'ovale minuto del viso. Fece segno che tutto andava bene, e si inoltr verso l'interno.
Si stendeva davanti a lui una terra meravigliosa, ricca, verdeggiante, e ftta d'alberi. In mezzo a un campo svettava un albero solitario, una pianta poderosa dal tronco snello e i rami robusti.
Diarmuid si diresse verso quell'albero. Tra le sue radici, erano incastonate grosse pietre, e in fondo a una roccia concava trov una pozza d'acqua limpida. A pochi passi giaceva una coppa d'oro, e Diarmuid l'afferr; la riemp d'acqua e la port alle labbra.
Il corno, per, gli fu strappato di mano prima che potesse bere.
Voltatosi, Diarmuid si trov di fronte un uomo alto almeno due metri, con una lunga barba bianca; la sua testa era cinta da un elmo di bronzo, e impugnava una spada da guerra.
Rapido, Diarmuid sguain la spada: i due si batterono all'ultimo sangue per tutto il pomeriggio. Tuttavia, appena si spense l'ultima luce, il cavaliere dall'elmo di bronzo svan, e Diarmuid rimase solo a guardarsi intorno nelle tenebre.
Il giorno dopo, il duello riprese: l'avversario riapparve, e nuovamente scomparve al calar della notte.
Il terzo giorno, per, Diarmuid lo prevenne: appena la stella della sera fece capolino in cielo, butt la sua spada nell'acqua e si attacc al nemico cingendosi al suo corpo.
Cos segu l'uomo in quel tuffo verso un altro mondo. Il guerriero salt nel pozzo, con Diarmuid sulle spalle. Per un attimo vide il cielo del crepuscolo, poi l'acqua si chiuse sopra la sua testa, e cominciarono la discesa.
Si svegli solo, sdraiato a terra, in un'ampia pianura ai bordi di un bosco, e non aveva pi la sua spada. In lontananza spiccavano le torri di una citt dorate di sole, e del suo avversario non c'era traccia.
Ce n'erano altri, per, che aspettavano: al suono di grida di guerra, una truppa di uomini assetati di sangue usc dal bosco.
Diarmuid dovette affrontarli col suo coltello da caccia. Nella furia della battaglia, Diarmuid danzava tra loro, senza fermarsi mai, preparandosi per il colpo finale. L'ultimo uomo riusc a ferire Diarmuid, prima di cadere colpito a morte; poi, ancora una volta, scese l'oscurit.
Lo svegli una voce premurosa: un uomo stava chino su di lui e gli parlava. Il suo sguardo era sorridente.
"Alzati, eroe mortale, e seguimigli disse; "ti porter in un luogo dove ti cureranno, poich oggi hai fatto molto per la mia gente".
Cos condusse Diarmuid alla citt dorata; qui trov gli uomini che erano salpati con lui e i ragazzi della loro compagnia che erano spariti tra le onde sui cavalli incantati. Erano stati tutti quanti portati laggi, in quel regno tra le onde, perch i Tuatha erano in guerra contro un nemico che potevano sconfiggere solo con l'aiuto degli umani. Tutti avevano combattuto, cos come era toccato a Diarmuid.
Chi erano poi questi nemici? E di che guerra si trattava? La storia non lo dice. Dice solo che Diarmuid e i Fianna erano stati chiamati fuori del loro mondo per aiutare i guerrieri di un'altra terra pi debole.
I mortali, come molti altri prima e dopo di loro, avevano ricevuto una visione della vita che si svolgeva nascosta sott'acqua e sottoterra.
Quando le ferite di Diarmuid furono guarite, i Fianna si ritrovarono tra i loro pascoli, sulla loro spiaggia, senza sapere come ci erano arrivati; n poterono mai pi ritrovare lo stagno e il suo guardiano, o il regno sotto le onde.

L'Arcipelago Incantato.
Questa  la storia di Maelduin l'Irlandese, che salp per i mari dell'incanto fuori del suo mondo, e trov isole piene di pericoli e di meraviglie.
Maelduin trascorse la sua giovinezza nell'Irlanda dell'est; era uno dei quattro figli del re di quella regione, e fu allevato come un principe. I quattro ragazzi, essendo stati portati 'nello stesso ventre e nella stessa culla', erano molto legati. Passata, per, l'adolescenza, appena fu un uomo, a Maelduin fu detta la verit: il suo vero padre non era il re, ma il grande guerriero Ailill 'grido di guerra', un capo del villaggio di Owen, sulla riva del Mare dell'Ovest; suo padre era morto appena prima che lui vedesse la luce. Appena nato, il bambino era stato affidato a quel re delle terre dell'est per la sua sicurezza.
Saputo questo, Maelduin part verso la sua terra d'origine, insieme ai fratelli adottivi. Giunto in patria, scopr come era morto il padre: una notte, una banda di pirati venuti dal mare aveva assalito il villaggio.
Gli uomini, sorpresi nel sonno, non avevano fatto in tempo a prendere le armi; i pirati li avevano chiusi nella vecchia chiesa di legno e avevano appiccato il fuoco.
Dopo aver udito la sua vera storia, Maelduin vag in lacrime tra i resti della chiesa, e giur vendetta: era l'inizio di un viaggio destinato a durare anni.
Nel giro di pochi mesi si procur un'imbarcazione. Chiese aiuto a un mago del villaggio, e arm la nave nel modo che quello suggeriva: rinforz le fiancate con lastre di rame, le vernici di salnitro argentato, appese un teschio d'alce a prua, e fece issare una vela scarlatta, colore del sangue.
L'equipaggio - il mago s'era raccomandato, minacciando anatemi - doveva essere composto esattamente da diciassette persone, tutti fidati compagni di Maelduin. Fra questi c'ero anch'io, che avevo servito in casa del re sin dall'infanzia, ed ero poi diventato un marinaio esperto. I suoi fratellastri non facevano parte dell'equipaggio, ma il giorno che la nostra barca colorata salp, essi lo seguirono, pregandolo fin sul molo di prenderli a bordo. Maelduin prima rifiut per via della maledizione, ma quando poi i fratelli della sua adolescenza si tuffarono in mare e cominciarono a seguirlo a nuoto, ferm la barca e li fece salire, prima che affogassero.
La nave dalla vela rossa navig cos, con questo nuovo equipaggio, verso ovest un giorno e una notte in cerca dell'isola di Leix, covo dei pirati.
A mezzanotte Maelduin scorse la sua sagoma all'orizzonte, e ud in lontananza le voci roche dei pirati, portate dalle onde. Io governavo il timone, e mi fece segno di avvicinarci
la barca scivol silenziosa, e appena fummo vicini, sentimmo ringhiare una voce, nel cui tono l'arroganza era seconda solo alla ferocia. Era il capo dei pirati, che berciava allegramente coi suoi compari:
"Non avete nulla da temere, finch io sono il vostro capo: ho gi fatto fuori Ailill, il guerriero di cui si diceva che fosse il pi forte, e nessuno, dopo tanti anni, ha ancora osato vendicarlo".
Maelduin, acquattato sul fondo della barca, estrasse la lancia; ma prima che avesse il tempo di scagliarla contro il pirata, nuvole di tempesta apparvero all'orizzonte e oscurarono le stelle, il vento ulul dal nord, e onde enormi trascinarono la nave in un vortice irresistibile.
"Che fai?mi grid Maelduin, "non allontanarti dalla riva!".
"Non ce la faccio, la corrente  troppo forterisposi.
Non riuscivo pi a governare la nave, e durante la notte fummo spinti lontano dall'isola dei pirati, nell'oceano sconosciuto.
Fummo trascinati dalla furia del vento e delle onde per due giorni e due notti; solo all'alba del terzo giorno la tempesta si quiet, e ci trovammo, fradici e intirizziti, sul mare piatto e calmo; all'orizzonte si scorgevano i profili frastagliati delle isole disseminate su quel mare.
" a causa vostra che abbiamo perso la rottadisse Maelduin ai suoi fratellastri; ordin al timoniere che mi aveva dato il cambio - io avevo affrontato due notti di tempesta - di fare rotta verso un gruppo di isole che si intravedevano all'orizzonte, per cercare riparo. Sbarcammo su una spiaggia di sassi bianchi; oltre la spiaggia si levavano alti speroni di roccia, in cima ai quali attendevano minacciose ombre scure. Per un momento rimasero immobili come pietre, poi presero a muoversi; in silenzio - si udiva solo il tramestio delle loro gambe - scesero lungo il fianco del monte. Avevano l'aspetto di formiche, ma erano grandi come montoni; e tutto ci che siamo abituati a considerare innocuo - le antenne, le bocche minute e le lunghe zampe esili - ora appariva mostruoso e terrificante. Venivano verso di noi, e pi si avvicinavano, pi ci pareva che aumentassero la velocit. Quando furono a venti passi da noi, ci apparvero enormi: ciascuna di esse avrebbe potuto inghiottire un uomo in un sol boccone. Maelduin grid un ordine secco, e tutti ci precipitammo verso la barca, levammo l'ancora e riprendemmo il mare.
Nei giorni successivi passammo di isola in isola, mentre le nostre provviste di acqua e cibo calavano rapidamente. Strane belve ci ruggivano contro dalle alture; vedemmo spiagge solcate da orme di cavallo, ma ogni orma era grande quanto la vela della nostra barca. Ci avvicinammo anche a una spiaggia su cui si aggirava un mostro orribile, una bestia che sembrava rivoltarsi dentro la sua stessa pelle; ululava con furia, poi raccolse dei sassi e prese a lanciarli contro la barca mentre ci ritiravamo.
Costretti dalla fame, gettammo l'ancora in un'isola piena di alberi di mele e avvolta da vapori nerastri. La terra ci scottava sotto i piedi, crivellata di buchi che portavano a caverne sotterranee. L sotto vedemmo ardere pire e creature informi protendevano i loro artigli verso di noi.
Raccogliemmo solo i frutti a portata di mano, poi scappammo.
Finalmente approdammo sulla spiaggia di un'isola montagnosa dall'aspetto confortevole. Sulla cima, colonne bianche si arrampicavano fino alle nuvole, e nel riparo della scarpata stavano casette bianche. Scendemmo lungo il pendio, e chiamammo verso quelle costruzioni; ma ci torn in risposta solo l'eco delle nostre voci.
Ci chiedemmo se gli abitanti fossero chiusi nelle case, e provammo a entrare; attraversammo un vasto cortile, alle cui mura erano appesi gioielli di ogni tipo, coppe e armi di metallo pregiato. Il posto era accogliente, ma nessuno ci veniva incontro; in mezzo al cortile trovammo una tavola apparecchiata, con pane, sciroppo d'uva e carne affumicata. Attorno alla tavola c'erano basse colonne di pietra, e su una di esse sedeva un gatto, all'apparenza un normalissimo gatto bianco. Evidentemente era il guardiano della casa. " per noi questo cibo?chiese Maelduin; il gatto lo guard strizzando gli occhi sottili; poi cominci a giocare, e saltava da un pilastro all'altro come tutti i gatti.
Cos banchettammo, e quando fummo sazi ci addormentammo; il gatto si accucci su un pilastro e dorm anche lui.
La mattina dopo, mangiammo ancora il cibo rimasto, e ci preparammo a lasciare l'isola. Il fratellastro pi anziano di Maelduin stacc dal muro un bracciale d'oro.
"Lascialo staredisse Maelduin, "non si deve abusare delle leggi dell'ospitalit". Il fratello per era troppo contento di quel trofeo, e se lo rigirava tra le mani mostrandolo a tutti. Il gatto soffi, come per mandare un avvertimento, ma egli ignor anche quello.
Prese il suo bracciale e attravers il cortile senza guardarsi indietro, intanto sul pilastrino il gatto si inarcava e tendeva i muscoli; infine spicc un balzo e part come una freccia incendiaria, lo trapass da parte a parte senza lasciargli nemmeno il tempo di gridare. Quell'uomo divenne una torcia incandescente, un ammasso di carne che bruciava.
Poi cadde a terra, e un vento improvviso soffi a portar via la cenere, mentre noi guardavamo impietriti e raggelati dalla paura.
Maelduin raccolse il bracciale d'oro, lo rimise al suo posto e chiese perdono al gatto. Ci riport alla barca, per continuare quel viaggio senza meta e senza una fine prevedibile.
Sembrava che la magia regnasse su ogni isola alla quale ci avvicinavamo. Su una di esse vedemmo pascolare alcune pecore, in un prato diviso da una staccionata; da una parte le pecore erano nere, dall'altra bianche; quando una pecora attraversava il confine, cambiava colore. Per mettere alla prova quell'incantesimo, Maelduin scagli una lancia di frassino sulla riva, tra le pecore nere: la lancia divenne nera come l'ebano. Fuggimmo terrorizzati. Poi il viaggio ci condusse in paesi dove pascolavano mucche enormi, e incontrammo giganti che ci insultavano dall'alto delle scogliere, additavano Maelduin a prua e gridavano: "Ecco il mugnaio che gira le macine dell'inferno!".
Per molti giorni il pericolo non ci diede tregua, finch sbarcammo su un'isola tranquilla, verde di tassi e salici. Tra gli alberi si muoveva un corteo di uomini vestiti con lunghe tuniche nere, e dal corteo veniva un lamento soffuso, scandito da mesti singhiozzi.

Portammo la barca a riva e tirammo a sorte su chi dovesse avvicinarsi a quegli sventurati e domandare la causa di tanta sofferenza. La sorte cadde sul secondo fratello di Maelduin. Lo vedemmo allontanarsi dalla spiaggia e inoltrarsi nel bosco. Un uomo dalla tunica nera gli tocc la mano: davanti ai nostri occhi esterrefatti prese a tremare, e la sua carne divenne nera. Una donna gli venne incontro e l'abbracci, e quando l'abbraccio si sciolse egli era divenuto uno spettro con mantello e cappuccio come gli altri, un'ombra nera nel nero del corteo.
Maelduin mand un altro uomo a riprenderlo, raccomandandosi di non parlare con loro e di non guardarli nemmeno negli occhi; ma quando raggiunse la compagnia, il fratello di Maelduin era gi scomparso: era ormai una cosa sola col mondo di quell'isola, separato per sempre dagli altri esseri umani.
Cos salpammo di nuovo, spinti dal vento e dalla corrente, su un mare in cui ogni terra ci era sconosciuta e ostile. Su un'isola alta e verde incontrammo un popolo che ci offr da bere uno sciroppo stregato che ci fece dormire per giorni e giorni, mentre la nostra barca continuava il viaggio meraviglioso. Su un'altra isola, poco pi che uno sperone di roccia, un eremita dalla barba bianca e folta ci fece questa profezia: ci disse che tutti saremmo tornati alle nostre case, tranne uno.
Navigavamo su un mare la cui superficie sembrava una membrana delicata, resistente appena per sostenere la barca; come in uno specchio, nell'acqua trasparente vedemmo un paesaggio di colline tondeggianti dove le pecore pascolavano; in lontananza si scorgeva un imponente castello. In un altro luogo ancora,
una fontana lanciava il suo getto d'acqua su tutta l'isola, come un arcobaleno; in quel torrente luminoso che attraversava il cielo, pesci argentati giocavano e saltavano. Prendemmo qualche pesce per mangiarne, e ne portammo con noi un barile intero.
Salpammo in una notte cos buia che la luna tracciava un sentiero fra le onde, e le stelle si specchiavano nell'acqua. Non vi erano isole all'orizzonte, nessun fuoco splendeva intorno a noi; in lontananza, come una creatura dell'oceano, scorgemmo il bagliore indistinto di una torre, e prendemmo quella direzione.
Man mano che ci accostavamo, il silenzio si faceva sempre pi insopportabile. La torre era una colonna di pietra lucida, che si alzava direttamente dal mare e scalava il cielo fino a perdersi tra le nubi. Una rete d'argento stellare l'avvolgeva alla base, e si stendeva sul mare tutto intorno. La nostra barca vi scivol sopra, e uno di noi ne tagli un pezzo con la spada, per conservarlo, se mai fossimo tornati a casa, come prova dello straordinario viaggio che avevamo affrontato. Una voce gemette dall'alto della torre: ma parlava una lingua sconosciuta, sicch il suo lamento rimase misterioso.
Il nostro pellegrinaggio fra luoghi mai visti continu per pi di tre anni; a volte riuscivamo a stento a sfuggire al pericolo, altre volte ci fermavamo a lungo su isole abitate da maghi e folletti. Forse avremmo continuato a viaggiare fino alla morte, se la profezia del mago non fosse stata sospesa su di noi; essa si comp quando il terzo fratello di Maelduin, l'ultimo di coloro che avevano attirato la maledizione sulla nave, spar. Ci trovavamo nell'isola dei pazzi, gente che rideva senza sosta e senza motivo.
Scomparve tra loro, e subito dopo vedemmo alzarsi sul mare un falcone, che agitando le sue forti ali volava verso sudest.
Seguimmo quell'uccello giorno e notte, ci lasciammo guidare tra le onde e le nubi delle tempeste, oltre confini che non vedevamo, e finalmente ci port in vista di un luogo familiare: l'isola dei pirati.
Ancorammo la barca e salimmo silenziosi verso la fortezza dove, molto tempo prima, avevamo udito vantarsi delle sue imprese sanguinarie il capo dei pirati. Nascosti tra i cespugli sentimmo ancora quella voce, ma stavolta il suo tono era ben diverso: "Maelduin  un uomo coraggiosodiceva, "che sfida l'ignoto e non ha paura delle minacce dell'oceano". La fama del nostro viaggio era dunque arrivata fin l, e quegli stessi pirati che avevano offeso la memoria del padre di Maelduin ora lo temevano e lo rispettavano. A quel punto egli usc dai cespugli e si piant in mezzo a loro; il capo dei pirati lo riconobbe subito, pur senza averlo mai visto, e gli diede il benvenuto; Maelduin, che l'esperienza di questi tre anni aveva reso pi saggio, gli tese la mano in segno di perdono.
Quando finalmente tornammo in Irlanda, raccontammo del nostro incredibile viaggio senza meta, del tifone che ci aveva sbattuto in mezzo all'oceano, e delle isole che avevamo conosciuto, abitate da popoli mai visti e soggetti a leggi diverse e misteriose; mostravamo la maglia della rete d'argento come prova. I nostri racconti suscitarono una meraviglia cos grande che Aed Finn, il pi grande poeta irlandese di allora, compose una canzone in onore della brigata. E in quelle parole, il favoloso viaggio di Maelduin sopravvisse per oltre mille anni.

Capitolo Due.

Il Regno della Notte Eterna.
Un tempo, il vascello dei Normanni veleggiava lontano: a sud della Francia e oltre la Sicilia, a ovest dell'Inghilterra e verso est lungo le coste russe. Partivano all'avventura per mari che nessuna nave aveva mai solcato prima, e sbarcavano su coste ancora senza nome. Attraversavano questi oceani in cerca del regno delle prime generazioni - terre disabitate e buie fatte non per gli uomini, ma per i morti che vi riposavano.
Gorm, re di Danimarca, era uno di questi temerari. L'avevano infiammato le parole di Thorkil, un pellegrino degli oceani che si era spinto fino in Islanda e oltre, che aveva sfidato i mari notturni oltre il capo nord della Finlandia, ed era tornato raccontando di favolosi tesori nascosti in fondo a certe grotte e custoditi da giganti.
Gorm, assetato pi di gloria che di ricchezza, volle anche lui vedere quei posti, e salp nominando Thorkil capo dell'equipaggio. Per un intero inverno, dopo
, , aver caricato quintali di viveri, la nave di Gorm navig secondo le indicazioni di Thorkil. Tre lunghe chiglie di quercia furono stese sul prato, rinforzate e impeciate per proteggerle dalle onde dell'oceano. La nave di Gorm misurava almeno cinquanta piedi di lunghezza, e su ogni fianco c'era posto per cento rematori.
Una mattina di primavera, finalmente, sotto la corsa delle nubi nel cielo limpido, le tre navi salparono. La brigata era composta da uomini forti e valorosi, e per loro i fabbri forgiarono le armi pi belle che si fossero mai viste in Danimarca. Nei sacchi di cuoio della stiva c'erano provviste sufficienti per parecchi mesi.
Sospinti dal vento del nord attraversarono gli stretti di Kattegat e Skagerrak, tra la Danimarca e la Scandinavia, e presto furono in mare aperto. Thorkil stava al timone dell'ammiraglia, e verso sera lo si vedeva, sul cassero di poppa, con la sua pelle bruna come cuoio e i capelli illuminati dal sole del tramonto. Si diressero verso nord, superando le montagne e le coste frastagliate dei fiordi norvegesi, oltre la Svezia e la Finlandia, fino ad avventurarsi nella vastit argentea dell'oceano. A quel punto, lasciata la terra alle spalle, si orientavano col sole e le stelle, seguendo i branchi di pesci e il volo dei gabbiani, e i mille altri segni che gli uomini di mare sanno leggere.
I giorni ben presto divennero settimane, e le settimane mesi, e le tre navi continuavano a navigare verso nord; mentre i segni si facevano sempre pi rari. Le giornate erano sempre pi brevi e scure; non videro pi branchi di pesci, e nessun uccello marino volava attorno alla nave. Il vento tacque.
Le notti erano senza luna. Per giorni e giorni non videro che la luce fioca delle lanterne di prua, e in cielo il bagliore incerto delle stelle, stranamente rade e flebili, non pi familiari, ma minacciose e poco confortanti. Erano entrati nel regno della notte eterna, abitato da esseri immortali.
Si muovevano in un sudario di ombra, avvolti da un silenzio in cui galleggiavano come sospese, le grida dei rematori e il tonfo secco e ritmico dei remi nell'acqua. Tuttavia non erano soli: sentivano in lontananza, sopra il sibilo tetro delle onde, il rumore della risacca sulla spiaggia e lo seguirono.
"Questa  la frontiera!grid Thorkil, in modo da farsi udire da tutti: "qualunque tesoro incontriamo, non prenderemo che lo stretto indispensabile: nient'altro  permesso". La compagnia, per, gli fece appena caso, e persino il re Gorm alz le spalle. I Normanni infatti erano abituati a saccheggiare i paesi lungo il cammino, per rifornirsi quando le provviste scarseggiavano. Ormeggiarono le navi in un'insenatura di roccia, circondati da pecore che non avevano mai visto esseri umani, e che li guardavano con larghi occhi curiosi. I marinai si fecero largo tra quella folla senza troppi complimenti, facendo strage di animali; dapprima uccidevano per mangiare, ma poi il sapore del sangue li eccit, e non rimase una sola pecora sulla spiaggia; caricarono a bordo tante carcasse che le imbarcazioni a stento si reggevano sull'acqua.
Appena si allontanarono dalla riva, ombre sinistre, difficili da distinguere nella semioscurit, abbordarono le navi, imprecando in una lingua sconosciuta. Erano mostri, si disse poi, ma nessuno avrebbe saputo descriverli; bench il mare fosse liscio come una tavola, le navi cominciarono a beccheggiare violentemente imbarcando acqua e rischiando di capovolgersi. Allora la voce di Thorkil risuon forte su quel frastuono:
"Qual  il prezzo della carneficina?grid il capitano.
"Una vita per ogni navefu la risposta.
Il riscatto fu pagato; Thorkil tir a sorte per scegliere le vittime. Tre guerrieri furono imbarcati su una scialuppa, dove le creature dell'ombra li attendevano; poi le navi ripresero il loro viaggio, lasciandosi alle spalle le urla di terrore dei tre malcapitati.
Nelle ore che seguirono, Thorkil diede nuove istruzioni, e l'ordine fece il giro delle tre navi; muti e dolenti, i marinai si passavano parola. Stavolta avrebbero dato ascolto a quei consigli. Sarebbero arrivati al confine, disse, luogo in cui regnava un feroce gigante; era il loro ultimo banco di prova, al di l di quella frontiera si stendevano le terre incantate e piene di tesori degli antichi dei. In questo passaggio, li avrebbe protetti ma fissandoli col suo sguardo severo li ammon: "Non dite una parola, se non tra voi; non toccate cibo che non sia il vostro; e soprattutto, non prendete nulla".
Mentre parlava sorgevano le stelle; i marinai navigarono per ore nell'oscurit.
finch Thorkil indic la foce di un fiume su una spiaggia di ghiaia. Un muro di alberi si spingeva fin quasi al bordo dell'acqua, e dentro quella foresta impenetrabile si sentiva il lamento dei branchi di lupi. I Normanni si fermarono su quel lembo di spiaggia e accesero dei fal, piccoli sguardi luminosi nel buio. Lavoravano duramente e in silenzio, come Thorkil aveva ordinato. Finito il lavoro, mentre erano seduti attorno al fuoco, sentirono una voce che chiamava dall'oscurit; i marinai si guardarono tra loro senza parlare, e nessuno si mosse. La voce tacque per qualche istante, poi chiam ancora. Thorkil si alz e si avvicin al bordo del cerchio di luce: una figura dall'aspetto umano, ma alta almeno il doppio di un comune mortale, li osservava immobile. Per quanto il suo corpo fosse vigoroso, quella creatura portava i segni di molti secoli di vita: i suoi occhi lampeggiavano dal fondo di occhiaie tumide, la sua pelle era dura e grinzosa, e una lunga barba bianca gli incorniciava il volto.
"Salute Gudmund, protettore dei viaggiatori mortalidisse Thorkil.
"Salute anche a te, Thorkilrispose il gigante; "come mai la tua gente non risponde ai miei richiami?".
"Non parlano la tua lingua, signore".
Il gigante sorrise freddamente; poi si mise a gesticolare, e li videro confabulare qualcosa, come se trattassero un prezzo. Infine, Thorkil fece segno agli uomini di alzarsi. In fila silenziosa seguirono il profilo enorme del gigante lungo la sponda gelata del fiume, in un'ansa che piegava verso l'interno addentrandosi nella foresta. Dopo un'ora di cammino arrivarono alla casa di Gudmund.
Era un edificio tozzo e massiccio. Al suo interno sulle robuste tavolate della sala, un banchetto era apparecchiato: carne d'orso, di cervo e di stambecco, e sidro delle pianure del nord, cibo da guerrieri.
Vi erano giovani donne che li attendevano sorridenti, e porgevano loro coppe e corni per bere. I mortali guardavano in silenzio tutto quel ben di dio, ma rifiutarono ogni cosa.
"Il tuo banchetto, Gudmund,  troppo lussuoso e succulento per lorospieg Thorkil. Il gigante sfoder nuovamente il suo sorriso freddo.
"E le mie figlie?chiese "sono degne del letto d'un re!".
Davvero erano fanciulle splendide, alte e bionde, pallide come gigli nel palazzo di ghiaccio. Gorm, tuttavia, con un gesto nobile e cortese, rifiut anche questa offerta, e i suoi uomini fecero lo stesso. A quel punto per quattro di loro uscirono dai ranghi, e camminando come sonnambuli andarono incontro a quelle ragazze che tendevano loro la mano. In un istante, dai loro visi spar il senno, la memoria, e qualsiasi segno di vita. Affondarono nel pavimento di ghiaccio e sparirono, non pi uomini, ma ombre in un mondo di ombre, imprigionati sulla terra di confine tra i vivi e i morti.
"Non parlate con me, non sedete alla mia cena e rifiutate le mie figlie!grid a quel punto Gudmund; "che volete allora da me?".
"Siamo venuti da molto lontanorispose Thorkil "per visitare il regno delle razze estinte; vogliamo vedere il gigante Geriod nel suo palazzo, immobile sulla sedia dove lo trafisse il dardo di ferro e fuoco di Thor, poich aveva sfidato gli dei; vogliamo vedere le figlie dei giganti, a cui fu spezzata la spina dorsale per aver aiutato i loro padri; e il tesoro prodigioso che i giganti avevano accumulato prima del tempo dei mortali. Per questo siamo venuti, chiediamo di passare fino alla terra di Qeriod e tornare indietro".
Gudmund si fece pi serio, e fiss Thorkil dal fondo dei suoi occhi incavati; tutti gli uomini, e lo stesso Gorm, guardavano il gigante senza sapere cosa sarebbe accaduto; ma poi i lineamenti del suo viso si distesero, e tendendo la mano a Thorkil disse: "D'accordo, potete passare. E portate i miei saluti a mio fratello Geriod". Infine accompagn la brigata fuori dal palazzo di ghiaccio, e la condusse lungo il fiume sino a un ponte di pietra grezza.
D
all'altra parte del ponte cominciava un sentiero che attraversava la foresta. Al di l di questa si aprivano distese di campi allagati, che i danesi superavano passando in fila indiana su strette e precarie passerelle di legno. Avanzavano lenti, senza poter credere a ci che vedevano. Quel luogo era la spaventosa dimora del terrore; certo non era fatta per occhi mortali. Lungo la strada erano disseminati alti pali di ferro, e su ciascuno era conficcato un cranio d'uomo annerito dal fumo e dal tempo - forse i resti di altri viaggiatori passati di l. In lontananza, il profilo scuro di un monte si stagliava nella foschia, e tra i vapori apparivano e scomparivano gruppi di case e torri, sparpagliate sul fianco spoglio della collina.
La brigata si spinse fino a quelle case, salendo la montagna per un sentiero lastricato di sudici cadaveri di animali. Non erano, per, soli: oltre i muri e dietro i fossi, le creature dell'ombra lanciavano occhiate inquiete su quella compagnia di mortali: uomini e donne del regno della notte, esseri cui la morte non d riposo, o forse pure immagini di sogno.
Gli uomini di Thorkil salirono fino alla scalinata che conduceva al grande portale della reggia; la serratura era sfasciata, e bench non vi fosse un alito di vento le grandi ante cigolavano sui cardini. Thorkil, davanti a tutti, alz il braccio: "Non toccate nulladisse ancora, "poich qui nulla appartiene agli uomini; limitatevi a guardare, se ci tenete a portare con voi il racconto di ci che avete veduto". Detto questo li guid nella fortezza del vecchio gigante Geriod.
Sui muri della sala a volta scavata nel cuore della montagna strisciavano creature molliccie senza occhi, mentre sul pavimento giacevano esseri dal corpo gonfio, dall'aspetto umano ma smisurati e deformi. Quella vista gli tolse il fiato. Tutto intorno danzavano a gruppi le belve dell'ombra - alcuni quasi umani, di altri non si capiva se fossero bestie o persone - al ritmo di una musica che le orecchie umane non udivano.
Pi in alto, seduto su un trono di pietra scura, il gigante Geriod, che prima del tempo dei mortali aveva attentato alla vita del dio del tuono, osservava questo girotondo di morti. Una cintura di ferro gli stringeva il ventre. Ai suoi piedi stavano accovacciate le figlie, le loro schiene erano spezzate e le loro teste, che dondolavano mollemente, avevano sguardi senza espressione.
Sconvolti e impauriti, i danesi fissavano col viso terreo quello spettacolo: la vendetta dei secoli, stabilita prima della nascita del mondo e ormai immutabile. Poi
Thorkil e il re Gorm si incamminarono, attraverso un corridoio di archi, verso la sala del tesoro.
Si trovarono in una stanza piccola e accogliente, dove l'aria era dolce e le pareti luminose: anelli d'oro e pietre preziose reggevano maglie di filigrana, sotto uno stendardo intarsiato di oro e avorio; vi erano armature di metalli sconosciuti, corni per bere e coppe decorate a fuoco, uno scudo da guerriero e una cintura d'argento.
La tentazione era troppo forte per uomini abituati a un rigore spartano: tre di loro non poterono trattenersi, e si gettarono su quella ricchezza. Uno afferr l'alabarda d'avorio che prese vita tra le sue mani e lo trapass da parte a parte. L'altro volle indossare la corazza d'oro, ma quando l'ebbe allacciata il metallo si trasform in un serpente che affond i denti nel suo petto e bevve sangue dal suo cuore. Il terzo infine stacc dal muro il corno decorato, ma prima che potesse portarlo alla bocca per bere, in un lampo di fuoco apparve un drago che lo dilani; la lotta dur solo qualche istante, e di lui non rimase che l'anello che portava al dito.
Thorkil allora intim alla compagnia di lasciare quel posto, dove il potere della morte era troppo grande. Mentre si girava per uscire, per, egli stesso non seppe resistere: sfior con una mano il bracciale che giaceva sopra un panno di feltro in una nicchia del muro, e in un attimo tutte le creature della notte che attendevano acquattate invasero la stanza. Le bocche oscene erano spalancate in un urlo agghiacciante, e le zanne mostruose pronte a mordere.
I danesi cercarono di guadagnare l'uscita combattendo: Gorm diede il segnale di battaglia prima agli arcieri, poi anche i guerrieri impugnarono le spade. Era, per, impossibile colpire quelle ombre evanescenti, e con quanta pi forza i danesi sferravano il colpo, tanto pi inutilmente le lame mancavano i corpi e scintillavano sulla roccia.
Tuttavia, dimenandosi come forsennati, riuscirono a portarsi fuori dalla sala del tesoro, scesero di corsa il corridoio di archi e attraversarono il ponte d'oro lasciandosi alle spalle l'urlo furioso dei guardiani sanguinari della terra di Geriod.
Di tutta la spedizione, soltanto venti uomini e una nave fecero ritorno in Danimarca; ma la fama della loro impresa sopravvisse per secoli, poich erano stati nella terra dei morti, ed erano tornati tra i vivi per raccontarlo.
La curiosit rende gli uomini coraggiosi: rassegnati a morire, ma non a credere che un bene prezioso come l'anima andasse perduto nel nulla, essi partivano alla ricerca dei mondi oltre la vita, dove sarebbero passati dopo aver abbandonato il corpo.
Dove si trovano queste terre d'ombra? Sottoterra, oltre l'orizzonte dei deserti dell'Ovest, dicevano gli Egizi. L scorre un quieto fiume sotterraneo, che sgorga da cento bocche spalancate in cui giacciono le anime dei morti. Queste passano i loro giorni nell'oscurit e nel silenzio, ma quando sorge il sole sulla loro prigione, Ra il dio dalla testa di ariete, risale il fiume sulla sua barca notturna. Egli  il dio del sole, e porta la luce in mezzo a quelle tenebre. Scivola silenzioso sull'acqua, e al suo passaggio i raggi di luce si riflettono sulla roccia delle pareti, e le pallide ombre che vivono laggi, si sporgono dalle caverne e tendono le mani per afferrare un po' di calore; finch la barca del dio sparisce all'orizzonte, e l'oscurit scende di nuovo su di loro. Secondo i Greci le anime passavano in una landa desolata oltre l'oceano che circondava la terra; le anime dei Romani, invece, trovavano rifugio in una regione misteriosa del sottosuolo, le cui porte si aprivano oltre la riva brumosa del lago Averne
Per i Celti l'altro mondo si trovava a ovest, sulle isole perdute nella nebbia dell'oceano, dove i morti convivevano con altre creature misteriose e incantate.
Nella sua storia dei Celti, lo storico bizantino Procopio parla di un popolo delle coste del nord Europa che traghettava le anime dei defunti alla loro nuova dimora sull'isola di Brittia. Verso sera sentivano bussare alle loro porte, e una voce misteriosa e dolente li chiamava al lavoro; volenti o nolenti essi si alzavano e camminavano nel buio fino alla spiaggia, dove le imbarcazioni li aspettavano. Su queste barche, non si vedevano passeggeri ma si capiva che erano cariche da come affondavano nell'acqua: le onde le bagnavano fino ai bordi delle murate, e prendevano il mare lentamente, senza rollio. I marinai della costa sbarcavano il loro carico nella notte sulla spiaggia di Brittia. Qui le anime sentivano una flebile voce che le chiamava per nome. Allora gradualmente le barche si sollevavano, e i marinai, alleggeriti di quel fardello di passeggeri fantasma, facevano ritorno alle loro case.
 Strana storia, questa di Procopio, tipica forse di un solo villaggio celtico. Altrove, i morti affrontavano il viaggio da soli, e l'unico aiuto che i mortali potevano dare era di procurare loro il mezzo di trasporto; i Vichinghi, per esempio, seppellivano i loro re con i carri, i cavalli, e talvolta addirittura con le navi.
Per i Norvegesi, i morti avevano nove mondi sottoterra dove vivere. Alcuni pensavano che essi fossero nascosti, come Geriod, nell'estremo Nord; altri invece sostenevano che vivessero nei loro grandi carri funebri, sparsi per le pianure e i fiordi della Scandinavia, sorvegliati da guardiani fantasma che si aggirano per le tombe, mentre tutto intorno i lamenti e gli ululati della notte non gli danno tregua. Questi campi funerari erano temuti dai mortali, poich si pensava che i morti invidiassero chi viveva ancora.
Eppure, queste terre desolate potevano essere avvicinate. Come Enea scese agli inferi per avere il responso e la benedizione del padre, e per apprendere il passato e il futuro che lo attendeva, i Vichinghi varcarono la soglia della tomba per chiedere aiuto ai loro antenati.
A quei tempi non era affatto strano sentir raccontare di parenti che dopo la morte offrivano la loro protezione ai vivi, e dalle loro sepolture continuavano a parlare affettuosamente ai figli.  quel che accadde a un guerriero islandese, Svipdag.
La matrigna, invidiosa della sua forza e del suo prestigio, gli tese un terribile tranello, sfidandolo a cercare una sposa nella regione incantata dove ancora vivevano e spadroneggiavano titani e antichi dei.
Un'impresa di quel genere significava morte certa, anche per il pi valoroso dei mortali. Prima di partire, allora, Svipdag fece ci che sua madre Groa gli aveva raccomandato in punto di morte: cammin solo nella brughiera gelida e nebbiosa, fino alla collina dove un giorno era arsa la su pira funeraria, e si inginocchi sulla tomba invocando il suo nome.
Da un mucchio di pietre e terra s'alz una voce: "Cosa spinge il figlio a invocare sua madre, che da tempo ha lasciato il mondo dei vivi?".
Svipdag raccont alla madre le prove che lo attendevano, e chiese consiglio; Groa, illuminata dalla sapienza dell'aldil, gli diede in risposta nove incantesimi del mondo perduto: il primo era una specie di benedizione, che lo avrebbe protetto dai pericoli. Il secondo era una canzone, che poteva annientare i sortilegi delle streghe del Nord. Il terzo un ritornello contro i fiumi che sarebbero sorti dalla terra: quelle parole avrebbero parlato all'acqua, convincendola a tornare nelle profondit del sottosuolo. Ce n'era poi uno contro le presenze oscure della terra, che le avrebbe trattenute, e altri per calmare i demoni delle tempeste sui mari che avrebbe attraversato. Il settimo era contro il gelo che uccide. L'ottavo avrebbe protetto Svipdag dagli spiriti malvagi che popolano le brughiere solitarie, e il nono gli dava abilit e forza nel combattere, poich i titani erano nemici abili ed esperti come non ne aveva mai incontrati.
Cos, quando Svipdag si mise in cammino verso le terre minacciose del Nord, i fiumi si aprirono davanti a lui, e le tempeste si quietarono; quando calava l'oscurit della notte, una fiamma baluginava lungo il suo sentiero per indicargli la via; anche i mari pi burrascosi lo lasciarono passare.
Finalmente arriv al castello della donna che cercava; era circondato da un muro di fiamme, oltre il quale creature dell'inferno e titani montavano la guardia, armati di pali aguzzi di legno scuro. Era follia pensare di ingaggiare un combattimento contro nemici cos temibili e numerosi. Svipdag decise allora di affrontarli senza altre armi che le parole: e cominci a discorrere con loro, e a porre domande sul castello e su quella terra. Apprese che quella dimora era opera degli dei, che avevano scelto il fuoco per guardiano; seppe che vi era tenuta prigioniera una fanciulla, figlia d'una dea. Il suo nome era Mengloth, che significa 'tesoro delle onde', poich discendeva da Freya, la dea dell'amore, e da Brisingamen, arciere degli dei.
Alla fine Svipdag, seducendo quei demoni col potere dell'incantesimo, apprese il suo destino: figlia di dei, Mengloth era destinata a un mortale abbastanza forte da liberarla, e quell'uomo era proprio lui. A quel punto i titani si arresero senza combattere e lo lasciarono passare; grazie agli incantesimi che gli aveva rivelato la madre, Svipdag pot entrare nel castello e portare via la ragazza, senza dover mai estrarre la spada dal fodero.
Tra  racconti di viaggi nell'aldil, i pi tristi sono quelli che narrano di innamorati che sfidarono la notte eterna per riportare sulla terra, l'amante che avevano perduto. Riuscirci era quasi impossibile: come una terribile madre, la morte  gelosa dei suoi figli.
Nemmeno gli dei avevano questo potere: Ishtar - la Venere dei Romani - dea dell'amore e della fertilit, venerata gi in Mesopotamia, signora di Uruk, Ninive e Akkad, si credeva fosse l'incarnazione del pianeta Dilbat.
Un giorno Tammuz, suo sposo, dio della crescita e del raccolto, mor e scese agli inferi.
Consumata dal dolore e dalla nostalgia, Ishtar segu il marito nel regno buio dell'oltretomba, che i Babilonesi chiamavano luogo del non ritorno.
Per arrivare al cuore di quel regno, Ishtar doveva oltrepassare le sette porte che lo cingevano e celebrare il rituale sacro: alla prima porta dovette togliere la sua corona di stelle; alla seconda, i gioielli che le adornavano le orecchie; alla terza la sua collana regale, e poi i braccialetti, la cintura, le vesti di lino e ogni altro simbolo del suo potere: nel regno dei morti si entra nudi. Quando fu al cospetto di Ereshkigal - sua sorella, signora della morte come lei lo era della vita - era spoglia e indifesa come un bambino. La implor di rendere il marito alla vita, ma quella non le rispose nemmeno, anzi la fece imprigionare e torturare crudelmente.
Su tutta la terra si alz un lamento funebre per Ishtar; negli stagni e nei canneti di Babilonia morirono tutti gli uccelli acquatici. Il grano e le viti della grande pianura smisero di crescere; mentre gli animali smisero di accoppiarsi. Anche gli uomini cessarono di amarsi e cos non nacquero pi bambini.
Gli altri dei allora, vedendo la terra cos sprofondata in quell'abisso di morte e sterilit, cercarono di liberare Ishtar. Il dio Ea mand negli inferi un eunuco, e per bocca di questo messaggero, che si offriva prigioniero al posto della dea, rivolsero un appello alla signora delle tenebre. Ereshkigal accett lo scambio, e Ishtar torn in libert rifacendo il lungo cammino delle sette porte. Riusc a portare con s Tammuz, e sulla terra la vita riprese a palpitare. Da allora ogni anno, quando finisce l'estate, i popoli di Babilonia celebrano il lamento funebre di Tammuz, ricordano il terribile potere della morte, e al suono dei flauti intonano il ritornello della canzone del Dio:

"Il dio Tammuz  come il giglio che profuma la pianura: al mattino  dolce e forte, ma gi a sera piega il capo stessa gloria, stessa sorte."

Tutti gli anni, inoltre, Tammuz abbandona la terra per sei mesi, lasciandola alla sterilit e ai rigori dell'inverno. Tale  il potere dell'aldil: la morte governa ogni cosa, e persino gli dei pi potenti non possono nulla al suo cospetto.
com'era a Babilonia, cos era anche nel profondo Nord nella notte dei tempi: prima che i mortali abitassero la terra, dicevano i Normanni, prima che i titani - le prime creature - fossero sconfitti e imprigionati nelle viscere della terra dagli dei che avevano sfidato, Odino e Thor governavano il mondo dalle loro regge oltre le nubi. Scendevano sulla terra lungo il ponte dell'arcobaleno, e si recavano a Midgard, il luogo che avevano scelto per i mortali. Sottoterra si trovavano i nove regni dell'aldil, sprofondati nelle tenebre, dominio della dea Hel e dimora della morte. Il potere di Hel era assoluto, e perfino il padre degli dei, Odino, aveva paura di lei e del suo regno, nel quale non poteva entrare se non come supplice impotente, senza sapere se sarebbe stato ricevuto e la storia di Balder ne  la conferma.
Balder, il cui nome significa 'luminoso', era il figlio prediletto di Odino. La sua vita era cos preziosa che tutti gli spiriti del cielo e della terra avevano giurato di non fargli del male. Soltanto il vischio, creato pi tardi e apparentemente inoffensivo, non aveva prestato giuramento. Quando lo seppe Loki, il demone dell'inganno e del tradimento, convinse un dio cieco a metterne di nascosto un ramo nel letto di Balder. Il legno gli perfor la pelle e il dio luminoso cadde nelle mani della morte.
Tutte le creature del cielo, dei e titani, elfi e folletti, piansero il dio scomparso e posero il suo corpo in una barca; poi vi appiccarono il fuoco e la spinsero in mare, perch sparisse tra le onde mentre l'anima compiva il suo cammino verso l'aldil.
Odino, per, chiuso nel suo dolore, non trovava pace: mand allora nel regno dell'ombra Hermod, fratello di Balder, per trattare con la dea e riavere in vita il figlio.
Hermod mont su Selenir, il leggendario cavallo a otto zampe di Odino, galopp lungo la curva dell'arcobaleno e nelle vaste regioni dell'antinferno; per nove notti corse senza fermarsi, e alla fine arriv al fiume Gjoll, le cui acque sono sempre gelate. Questo  il fiume che costeggia l'aldil: il ponte che lo attraversa  lastricato d'oro, e al suo ingresso vigila un temibile guardiano, Modgud dalla lancia di ghiaccio.
"Come mai ti avventuri sul cammino di Hel, straniero?gli chiese Modgud; "non hai l'aspetto di un morto".
"Sono venuto a cercare mio fratello Balderrispose Hermod, "e la dea che lo tiene prigioniero".
"Balder  passato di qui; se vuoi trovarlo, imbocca il sentiero del Nord, e cammina per sette giorni e sette notti".
Hermod allora rimont a cavallo, e galoppando senza tregua arriv infine al tetro palazzo di Hel. Quando fu nella sala del trono, vi trov il fratello che giaceva in ceppi, ai piedi della dea.
Hel lo squadr dall'alto del suo trono: met del suo viso aveva aspetto umano, con l'occhio chiaro e le labbra sottili delle donne del nord; ma l'altra met era gonfia e livida, con l'espressione avvizzita d'una creatura morta.
"Ah, un supplicedisse alla vista di Hermod, scoppiando a ridere in un modo osceno e terribile che ghiacciava il sangue nelle vene.
Hermod disse fermamente cosa voleva. Era venuto a chiedere la resurrezione di Balder: il cielo e la terra piangevano la morte del dio.
"Ah s?rispose Hel; "e tu lascia che pianganodisse ridendo ancora. Poi per si fece seria e truce, come se la met oscura avesse preso il sopravvento su di lei, e grid con voce acuta e strozzata: "Non liberer Balder finch vi sar al mondo una cosa che non abbia versato lacrime per lui."
Hermod non riusc a strapparle altro, e dovette tornare dal padre con questo cupo responso.

 Al comando di Odino, allora, ogni cosa del creato cominci a piangere: le nubi versarono pioggia, e dalle foglie degli alberi luccic la rugiada; rivoli di lacrime bagnarono la superficie ruvida delle pietre. Eppure qualcuno si rifiut di piangere: Ikol, una strega che viveva da secoli chiusa nella sua caverna, non volle ubbidire. "Che Hel abbia ci che le appartienerispose; quella creatura infame era una delle forme che a volte assumeva Loki l'assassino. E cos, a dispetto del mondo e degli dei, Hel non liber Balder.
Simili racconti si udivano un po' ovunque, e non importava che a sfidare l'aldil fossero dei, eroi, o alcuni semplici mortali. Nessuno infine aveva il potere di comandare alla morte, nemmeno il poeta greco Orfeo, la cui musica ammansiva le belve feroci e svegliava i defunti. Scese negli inferi per cercare l'ombra di Euridice, la donna amata, e col suo canto riusc a portarla sul sentiero tortuoso che porta nel mondo della luce: l'avrebbe riavuta per sempre con s. Smise, per, un attimo di cantare, e si volt per guardarla, bench gli dei l'avessero messo in guardia: non si pu incrociare lo sguardo di chi  in potere della morte. Fece appena in tempo a vederla, lei fu risucchiata dal gorgo delle tenebre e gli fu strappata per sempre.
Di tutte le storie di amanti separati dalla morte, soltanto una offriva speranza a chi avesse voluto tentare l'impresa, una piccola storia sepolta dal tempo. La raccontava un umile monaco del Medioevo, e il protagonista era un uomo coraggioso e nnamorato, il cui nome  andato perduto.

C'era un cavaliere bretone, a cui la polmonite aveva strappato la sposa: egli la seppell secondo il rito, la pianse per molte notti e port il lutto, trascorse il tempo prescritto, ma lui ancora non poteva liberarsi dal ricordo e dalla nostalgia di lei. Part da solo verso le terre dell'Est, attravers boschi e foreste che nessun uomo aveva ancora veduto. Arriv infine in un deserto arido e pietroso; l, in una notte di novilunio, scopr una valle silenziosa dove donne pallide vestite di bianco si aggiravano inquiete. I loro passi non facevano rumore sulla sabbia sottile, ; camminavano avanti e indietro senza sosta, ombre in un paese di ombre. Si avvicin, e prese a cercare in mezzo a loro, senza che mai nessuna alzasse lo sguardo su di lui.
Finch, in quella moltitudine dolente, incroci gli occhi neri che ben conosceva: era la sua sposa.
Senza paura n esitazione la abbracci, e la strinse a s come aveva fatto tante volte in vita; lei non svan n si ribell. Poi la fece salire a cavallo, e ritorn nella terra dei vivi portandola con s.
Dopo averla strappata alla morte, il cavaliere visse con lei lunghi anni felici, ed ebbero Figli che la gente chiamava figli d'una madre morta.
Questa storia per, se mai vi si pu credere  unica; pi spesso gli innamorati riuscivano a rimanere insieme, solo se quello dei due che era sceso nell'aldil a cercare l'altro rinunciava alla vita e rimaneva nel regno delle ombre.
Presso certi popoli, questa era considerata la pi preziosa prova d'amore. Dall'India alle coste del mare del Nord, la tradizione voleva che la donna bruciasse viva sulla pira funeraria del marito, per non separarsi mai da lui. Le leggende normanne, invece, raccontano di re guerrieri che, al tramonto d'un giorno di battaglia, caricavano i compagni morti sulle navi da guerra e rimanevano con loro. Il leggendario Haki, un grande Signore del Mare, dopo essere stato sconfitto in battaglia, sal sull'ultima nave della sua flotta e le diede fuoco; bruci in alto mare insieme ai cadaveri dei soldati caduti. Da riva i superstiti videro l'enorme pira allontanarsi verso il largo, e poi sparire in una torre di fumo. Altri re, invece, sentendo avvicinarsi l'ora della morte, preferivano scendere vivi nell'aldil, facendosi chiudere nelle vaste tombe insieme ai guerrieri pi fedeli, che non volevano abbandonarli.
In quelle tombe si metteva un po' di tutto, cibo, armi, e orci di sidro, perch i defunti potessero affrontare il viaggio con tutto quel che occorreva e, una volta arrivati dall'altra parte, vivessero nell'agio. A volte nella cella funeraria, a pochi passi dal sarcofago, era apparecchiato un banchetto con carne di pecora e di montone, intere carcasse di maiale, otri di latte, sidro e miele, e frutta in grandi canestri. In questo splendore riposava il sovrano, circondato da servi, o dai migliori guerrieri, o a volte dalla moglie. Privati della luce del giorno, questi uomini ormai fuori dal tempo erano considerati con grande rispetto, e alcuni di loro erano contenti cos.
Ad altri sovrani, per, la morte non portava calma, ma inquietudine: il corpo in decomposizione si accendeva di forza e di rabbia cieca, ed essi si trasformavano in quelle furie assetate di sangue che gli uomini del nord chiamano Draugar. Allora si aggiravano come spettri intorno ai cimiteri, in attesa di sfogare la collera contro qualcuno dei viventi; perci le persone sagge se ne tenevano lontane.
Come si sa, per, non siamo tutti saggi: i cimiteri oltre gli ultimi sobborghi nascondevano, oltre a queste insidie, anche tesori favolosi, e non mancava mai un ladro che tentasse di profanare le tombe regali. Furono proprio i ladri, infatti, a tramandare la storia di Asvith e Asmund, Figli di due signori norvegesi. Crebbero come fratelli nella provincia di Vik, vicino a un ghiacciaio nella parte settentrionale del paese. Appresero insieme l'arte della guerra, insieme partirono da ragazzi per conoscere il mondo e un giuramento di sangue li impegnava alla fedelt reciproca: se uno dei due fosse morto, l'altro l'avrebbe accompagnato vivo in quell'ultimo viaggio, scendendo con lui nella tomba. Era la promessa pi grande che due uomini potessero farsi. E durante uno di quei viaggi verso i mari del Polo, senza nemmeno poter rivedere la casa paterna, e senza aver generato Figli per il trono, Asvith si ammal e mor.
Asmund riport in patria il corpo del fratello, strappandolo alle tempeste di quei mari insidiosi; e mentre i contadini rendevano omaggio al giovane principe scomparso, sfilando silenziosi nella camera ardente, Asmund vagava per i corridoi della reggia, inquieto come una bestia in gabbia. Attese mentre le dame di corte lavavano e profumavano il corpo, lo vestivano, e lo deponevano nella bara tra cuscini di fiori; non disse nulla mentre il corteo funebre saliva per i sentieri dell'Abacon, la montagna dove venivano seppelliti i re. Camminava in coda alla processione, guidando i cavalli di Asvith e i suoi cani da caccia. Una volta in cima sacrific il cavallo migliore, e dalla pietra dell'altare il sangue col fino a terra, omaggio e preghiera per i morti che vi riposavano. Con lo stesso coltello uccise anche i cani.
Poi si aprirono le porte del sepolcro, e cominci il rito funebre. Il corpo di Asvith fu disteso su un letto di betulla bianca, e coperto con un drappo purpureo. Asmund aspettava in un angolo senza parlare, ma all'improvviso, quando tutti furono usciti e i guardiani chiudevano l'ingresso della tomba, con un balzo egli si gett dentro e si inginocchi davanti al corpo del fratello. I suoi compagni da fuori lo chiamavano, tentando di convincerlo, ma tutto fu inutile; allora compresero, e calarono nella tomba una cesta di pane, carne salata e sidro. Poi chiusero la tomba con terra e sassi, e Asmund vide restringersi, e poi sparire, l'ultimo lembo di cielo grigio, gi carico di neve.
Nel buio, tra i latrati degli animali e il fetore del cadavere, Asmund attese la morte. In lontananza, fuori dalla grotta, sentiva affievolirsi il canto del lamento funebre. Quando anche quelle voci svanirono, scese un silenzio di morte che per non dur a lungo.
Un fruscio risuon nelle tenebre -creature della terra, forse, che sconfinavano nel regno dei morti. Si zitt un attimo, e subito riprese, accompagnato stavolta da un ansimare rauco e dal tintinnare delle catene sulla pietra. Asmund stette immobile ad ascoltare, come fanno i cani da caccia quando fiutano una pista.
"Ho fame", disse una voce gutturale. Era la voce del fratello, che cavava le parole dalla gola, con la lingua gonfia dei morti. Asmund non rispose, e gli sbuffi e le catene risuonarono pi forte. Quel corpo che era stato suo fratello ora si aggirava nello spazio della caverna, tastando con le mani tutto intorno in cerca di cibo. Cominci a ringhiare. Poi Asmund lo ud avvicinarsi al cavallo, sent colpi furiosi, un ansimare disperato e urla disumane. Lo stallone gemeva e scalpitava, scalciava per difendersi, prima in modo forsennato, poi pi debolmente; infine non si sent pi nulla. La creatura mangi per ore, mentre Asmund se ne stava immobile in silenzio, con la schiena appoggiata alla parete di roccia nuda della tomba. Poi si addorment.
Asmund imbracci l'ascia da combattimento che era stata sepolta con lui, e attese. Poco dopo, la creatura si alz e sbran - cos parve ad Asmund - uno dei cani da caccia; poi di nuovo cal il silenzio.
Quando si svegli per la terza volta il cadavere riprese a vagare per la cella, trascinandosi lungo i muri con le mani che grattavano sulla pietra, inciampando a ogni passo nei mucchi di ossa degli animali, gli squallidi resti del suo banchetto. Arriv fino all'angolo dove sedeva Asmund, ed esit.
"Sangue caldomormor, come se parlasse a se stesso; "c' dunque un vivo qui dentro?".
Con un filo di voce strozzata dalla paura, Asmund trov la forza di rispondere:
"Sono tuo fratellodisse, "sono qui con te, come ti giurai quel giorno."
Una risata rauca e piena di livore si alz come un boato nella caverna:
"Non c' posto per i vivi, quaggi."
E all'improvviso, con un gesto rapido e preciso, come se a differenza di Asmund potesse vedere in quella tenebra, lo spettro si mosse: due mani d'acciaio afferrarono il collo di Asmund, mentre denti aguzzi e lunghi affondavano nella sua carne, sulle braccia e sulla schiena. Per difendersi, Asmund alz le mani impacciate dall'ascia, e dimenandosi come un ossesso riusc a liberarsi da quella stretta, a balzare in piedi e rifugiarsi al centro della grotta.
Cerc di ascoltare i passi dello spettro oltre l'ansimare del proprio respiro, ma quello gli era di nuovo addosso, le sue unghie divenute artigli affondavano nel morbido delle guance. Il sangue gli colava sul collo, sul petto, e sentendo il terrore crescere in lui, con uno strattone riusc di nuovo a liberarsi. Cadde a terra, si rialz ma aveva del tutto perso l'orientamento, e subito sent il morso di quelle zanne terribili dietro l'orecchio.
Cominci a menare colpi d'ascia alla cieca intorno a s; i primi colpi andarono a vuoto, e la morsa mostruosa non si accennava ad allentarsi. Poi, per, la scure di Asmund trov il cadavere, si piant nella carne una, due, tre volte, e infine risuon metallica contro l'osso. Il fantasma scivol via, lanciando un urlo atroce che lacer il silenzio della tomba; inseguendo quella voce per tutta la cella, Asmund colp ancora e ancora con l'ascia, finch quel mostro che era stato suo fratello si accasci a terra e non pot pi rialzarsi. I gemiti si spensero poco a poco. Con un grosso coltello affilato, Asmund tagli la testa allo spettro, e inchiod il corpo al muro trafiggendolo con una lancia.
Quando tutto fu finito, Asmund si lasci cadere contro il muro e pianse, pianse a lungo per amore del fratello, che neppure le terribili creature dell'ombra avevano potuto spegnere. Chiuse gli occhi, e aspett che la morte lo prendesse.
La morte, per, non veniva. Per quanto tempo rimase l, tra il cadavere d'un cadavere e le ossa degli animali sbranati, non avrebbe saputo dirlo. Il suo respiro era l'unico suono a scandire il tempo. Ebbe sete e fame, ma non se ne preoccup. Finch a un certo punto, in alto sopra la sua testa, sent cigolare il masso che chiudeva la tomba; un mucchietto di ghiaia e terra cadde sul pavimento della cella, aprendo in alto uno spiraglio da cui entrarono la luce e l'aria fredda del primo mattino. Poi vide una sagoma d'uomo passare attraverso la fessura. Lo calavano con una fune, e da fuori arrivavano sommesse grida di incitamento: erano ladri, profanatori di tombe.
Asmund si acquatt in un angolo dove la tenue luce non arrivava, e appena quello sciacallo tocc terra gli fu addosso con l'ascia. Con un solo colpo gliela conficc nel petto, senza dargli neanche il tempo di gridare; poi si leg lui alla corda, aspett qualche minuto e diede uno strattone. I complici di sopra cominciarono a tirare, senza sapere che portavano alla luce non la ricchezza, ma una visione terrificante.
Appena fu vicino al varco, Asmund si fece forza col braccio libero, balz fuori dalla grotta e si piant davanti ai profanatori; nell'altro braccio stringeva la scure, e i suoi occhi brillavano di una luce sinistra, quella di chi ha visto in faccia la morte. Paralizzati dal terrore, i ladri non trovavano la forza di scappare: gli stavano intorno con la bocca spalancata e lo sguardo vitreo.
Erano guerrieri Svedesi venuti a combattere nelle terre dell'Ovest; qualcuno gli aveva detto che l era sepolto il figlio d'un re, e loro si erano fermati lungo il cammino per saccheggiare la tomba. Quando videro per uscire, al posto del compagno che avevano calato, quella figura d'ombra pallida e furiosa, con le armi ancora insanguinate, pensarono d'aver scatenato un demone dell'inferno.
Si buttarono di corsa gi per il sentiero, ed erano gi distanti quando la voce di Asmund, una voce ancora umana, li chiam. I guerrieri si fermarono, e combattuti tra la paura e il desiderio tornarono indietro ad ascoltare la sua storia, che poi raccontarono agli altri loro compagni.
Cosa ne fu di Asmund nessuno lo sa; egli aveva ormai scelto il mondo dei morti, ma non poteva rimanervi finch era vivo: ma qualunque fine abbia fatto, egli lasci il mondo dei mortali da uomo libero.

Sfidare il Buio.

Di tutte le regioni misteriose, nascoste oltre il confine dei sensi, il mondo dei morti era forse il pi affascinante. Bench incutesse terrore, ispirava al contempo desiderio e curiosit, poich vi erano custoditi i segreti del passato e del futuro. Per questo alcuni audaci si avventurarono fra le sue tenebre, e tornarono a raccontare le cose straordinarie che avevano visto.
Dopo che i Greci ebbero preso e dato alle fiamme la citt di Troia, Enea che ne era re dovette fuggire; trov scampo tra le rovine fumanti, portando sulle spalle il vecchio padre, e si allontan dal rogo su un battello trovato al porto. Con un manipolo di Troiani vag per il Mediterraneo in cerca di una nuova patria dove vivere in pace. Toccarono le coste della Tracia, di Delo, di Creta, di Cartagine e della Libia, sempre perseguitati dall'ira degli dei, che gli scatenavano contro la furia del mare e dei venti. Proprio durante una tempesta in alto mare, la rabbia dei Numi strapp a Enea anche il padre. Sbarcarono infine in Italia, sulle coste del Lazio, ed Enea si rec in visita alla Sibilla di Cuma, la profetessa degli dei. Un sogno, infatti, lo aveva avvertito che solo lei poteva indicargli la strada per rivedere il padre: dal quale egli attendeva un consiglio per il futuro.
La Sibilla sedeva nella penombra del suo antro, reggendo come scettro un ramo di ulivo; sotto una chioma di riccioli sconvolti, si accendevano due occhi neri come la pece, eppure fiammeggianti. Pronunci parole misteriose che Enea non comprese, e alla fine, proprio come in sogno, indic al troiano la via per scendere agli Inferi e farne poi ritorno.
Cos, in un mattino quieto, prima del sorgere del sole, Enea e la sua guida profetica si incamminarono attraverso la campagna desolata fino al lago Averno, che in quella stagione  sempre avvolto dalla foschia e dalla nebbia. Sulle sponde del lago celebrarono un sacrificio agli dei dell'oltretomba; all'improvviso si spalanc davanti ai loro occhi la bocca di una caverna, e la Sibilla, coi suoi lunghi abiti neri, vi entr.
Enea la seguiva con un cofanetto di monili d'oro, un ricco dono per potersi ingraziare Persefone, dea dell'Ade.
Essi scesero nel mondo delle ombre, lungo il sentiero di pietre e terra battuta che si inoltrava nella caverna. Alla prima svolta della strada, incontrarono un olmo.
"Ogni foglia di questo alberodisse la Sibilla, " il fantasma di un sogno non esaudito".
Intorno all'olmo si aggiravano numerosi mostri e creature prodigiose, centauri, arpe dalle ali nere e bestie che era impossibile riconoscere. Enea, spaventato, subito sguain la spada, ma la Sibilla lo ferm con un gesto della mano:
"Sono creature del sognogli disse, "pure immagini senza corpo, nient'altro che apparenza. Non hai nulla da temere da loro".
Attraverso prati scuri lo port sulla sponda dello Stige, il fiume oltre il quale si stendeva il regno dell'Ade; sulla riva, una folla di ombre bianche piangeva e si lamentava sommessamente. Fragili e cupi, curvi sulle spalle, ricordavano mucchi di foglie secche. Vicino alla riva, un vecchio dai lunghi capelli bianchi, vestito di stracci, attendeva su una piccola barca.
"Questo  Carontedisse la Sibilla a Enea, "egli traghetta i morti dall'altra parte; carica le ombre sulla sua barca perch continuino il viaggio dopo la morte, quelli che non hanno avuto sepoltura, per, li lascia a vagare sulla riva, senza mai riposo n speranza".
Tra le ombre condannate a vagare per sempre su quella riva fangosa, Enea riconobbe alcuni compagni caduti in battaglia il giorno dell'incendio di Troia, e altri perduti durante il viaggio. Vide quelle povere anime disperate, e pianse.
I due si avvicinarono a Caronte. Il vecchio li squadr - i suoi occhi fiammeggiavano - stupito di vederli in quella livida palude: ma quando scorse il ramoscello dorato d'ulivo che la Sibilla teneva in mano, cap che non poteva non farli passare.
Salirono sulla barca, e il legno avvezzo alle ombre cigol sotto il peso di due corpi vivi.
Ad accoglierli sull'altra riva c'era Cerbero, il leggendario cane a tre teste, che latrava orrendamente, e ringhiava cos forte che sembrava ruggisse; la Sibilla stese una mano verso quelle fauci inferocite, offrendo un tozzo di pane di salvia, e la belva si ammans.
Ripresero il viaggio per la terra oscura, attraverso una foresta di alberi secchi e spogli, perennemente avvolti dalla foschia. Tra i profili scuri delle piante si vedevano pallide ombre trascinarsi, che in un soffio apparivano e subito scomparivano, seguite dal suono di un lamento incessante. Erano le anime di coloro che si erano dati la morte da s. Tra loro. Enea riconobbe Didone. regina di Cartagine, che aveva conosciuto e amato quando errava per il Mediterraneo.
Apprese cos che dopo averla lasciata, per restare fedele al patto che lo legava ai suoi compagni Didone straziata dal dolore, si era tolta la vita. La chiam, con la voce che gli tremava, chiam ancora una volta quel nome che aveva sussur rato tanto spesso nei momenti di tenerezza; Didone gir lo sguardo verso di lui, e lo fiss per un istante senza rispondere. Poi la nebbia la inghiott.
Attraverso il bosco arrivarono a una vasta pianura, dove si aggiravano i grandi guerrieri del tempo passato; tra quella moltitudine Enea riconobbe compagni d'arme e anti chi nemici. Vide Achei e Troiani, coi visi sfigurati dalle ferite e dal sangue rappreso, e le asce e gli scudi in spalla.
Vincendo il timore e la commozione, Enea chiam per nome gli uomini che aveva amato e al cui fianco aveva combattuto, e con un cenno della mano anch'essi rispondevano al suo saluto.
La Sibilla, tuttavia, ansiosa di arrivare, lo spingeva avanti, verso il centro dell'Ade, dove la strada si divideva. Da una parte, il sentiero scendeva fino alla riva di un fiume impetuoso, al di l del quale si ergeva una fortezza: la facciata aveva un maestoso colonnato, con a fianco la torre di ferro da cui Tisifone la furia, contorcendosi come un ossesso, sferzava i dannati con una frusta di serpenti. Erano nel Tartaro, anticamera dell'Ade, e le urla di terrore e i latrati che risuonavano dietro le grandi porte davano un'idea dell'orrore che si celava l dentro.
"Dietro queste porte di diamantespieg la Sibilla, "si trova la caverna in cui sono incarcerati coloro che recarono offesa agli dei. Nell'ultimo girone, in fondo, stanno incatenati i Titani, padri degli dei e loro primi nemici".
Nei primi gironi, invece, c'erano i mortali che scontavano per l'eternit pene dovute agli errori commessi in vita. E a giudicare dalla punizione, alcuni di loro dovevano essersi macchiati di colpe davvero gravi: Sisifo, il Greco che aveva osato ribellarsi a Zeus quando il padre degli dei, travestito da fiume, gli insidiava la figlia, era condannato a spingere un enorme macigno su per una collina. Ogni volta che stava per raggiungere la cima, il masso scivolava e rotolava a valle, e il suo lavoro ricominciava da capo.
In uno stagno putrido, immobilizzato dalla garrotta, stava Tantalo, che in vita, infuriato contro il cielo, aveva ucciso con le sue mani il figlio, e ne aveva offerto la carne agli dei. Il suo castigo era una sete inestinguibile: la garrotta gli impediva sia di chinarsi a bere l'acqua dello stagno, sia di allungare il collo fino al ramo di pesco che gli pendeva sopra. In questo modo, la pena del suo corpo mortale non gli dava mai tregua.
Dopo aver raccontato queste cose, la Sibilla imbocc l'altro sentiero. Arrivarono a un cancello di bronzo dove lasciarono i loro doni per la regina dell'Ade. Oltre il cancello s trovarono in una vallata verde e piena di sole, rinfrescata dai molti ruscelli che vi scorrevano.
"Questi sono i Campi Elisispiegava la Sibilla, "dove si trovano gli eletti. Qui riposano tranquille le anime dei giusti, che tornano a godere dei piaceri della vita, liberi, per, dai suoi affanni".
Tra loro, finalmente, Enea trov il padre Anchise; aveva lo sguardo sereno di chi ormai si  lasciato alle spalle la pena di vivere. Lo abbracci e lo accarezz a lungo, benedisse la sua lealt, e poi gli predisse che avrebbe fondato Roma, e dal suo seme sarebbero nati i sovrani di un impero. Sedevano su una roccia in cima a un colle, e sotto, sulla riva del fiume, Anchise mostr al figlio una lunga fila di anime pallide.
 "Questo fiume  il Lete, le sue acque purificano le anime dei giusti dai ricordi delle vite precedenti; cos esse saranno rese al mondo, con un altro corpo, per vivere ancora una volta sotto la luce del sole"
Commosso, Enea tent allora di abbracciare il padre: ma sebbene gli occhi vedessero quell'ombra, le braccia di un uomo non potevano afferrarla, ed egli rimase con un soffio d'aria tra le mani.
"Ora basta, non c' pi tempo"
lo avvert la Sibilla: "non si pu rimanere che un giorno nell'aldil, e il nostro giorno  quasi trascorso".
Anchise mostr loro la strada per tornare al mondo dei vivi; si passava sotto un arco d'ebano e avorio, dove erano scolpiti i sogni degli uomini. Enea pass, torn ai suoi compagni e alle sue avventure, e come il padre gli aveva predetto si stabil in Italia e fond la citt che sarebbe stata Roma, millenario crocevia di sangue e di gloria.
Questa almeno era la convinzione dei Romani, che l'uomo da cui discendevano avesse appreso il suo destino nel mondo dei morti.

Capitolo Tre.

Il Confine dei Mondi.

Agli albori della storia, quando l'Inghilterra era una regione selvaggia, ricca di montagne e foreste inviolate, si vedevano spesso stranieri nell'Anglia orientale.
I contadini e i pastori vi prestavano poca attenzione. Una volta, per, l'arrivo di due bambini port immenso stupore tra la gente dei villaggi. Persino il monaco dell'abbazia venne a sapere di questa vicenda, e ne scrisse con parole commosse, pie e sgomente al tempo stesso.
La storia ebbe inizio un pomeriggio d'estate, quando un pastore pascolava le sue pecore sulla collina dietro Sant Mary, a circa cinque miglia di strada da Bury. Nella vallata sotto la collina, gli uomini trebbiavano il grano, e il pastore sentiva i rumori allegri del villaggio. Lass tra gli alberi l'aria era quieta e silenziosa.
All'improvviso, un pianto sottile ruppe quel silenzio; subito dopo si ud un gemito sommesso e prolungato che non voleva cessare. Il pastore allora si alz, e si incammin tra gli alberi seguendo quel rumore. Il lamento proveniva da una tana di lupi abbandonata, in cima alla collina. Si pensava che quel posto fosse stregato. Raggiunto il bordo della fossa, il pastore rimase attonito.
Sul fondo della buca, seduti sulla terra scura, stavano un bambino e una bambina. Avevano l'aspetto di tutti i ragazzi del posto, ma in loro ogni cosa dava l'impressione di una commovente fragilit: erano vestiti di foglie e fiori, e la loro pelle era del verde delicato dei salici.
Il pastore si fece il segno della croce, per allontanare il demonio: il verde era il colore del Regno della Notte. Secondo alcuni, addirittura, il colore della morte. Quei due bambini, per, non incutevano terrore; anzi, erano pi spaventati di lui. Guardavano in su verso il pastore, con le mani giunte, completamente immobili.
Ebbe piet di loro: si chin sulle ginocchia e domand, pi dolcemente che poteva: "Chi siete? Dov' vostra madre?".
Sentendo quella voce gentile, la ragazza sorrise; farfugli qualcosa con la cadenza cantilenata di certi, mercanti del Nord,
"CIP,piiff"

ma il pastore non cap. Erano suoni senza senso, per lui, e scosse la testa perplesso. Aiutandosi a gesti, allora, chiese se volevano mangiare e bere, e stavolta il suo tentativo ebbe successo: i bambini fecero segno di s e uscirono dalla buca.
Chiam il cane con un fischio sonoro -i bambini scoppiarono a ridere - e lo lasci a governare le pecore, poi scese per la collina fino ai campi con quell'insolita compagnia. Lo seguirono docilmente, anche se la luce fuori dal bosco doveva essere troppo forte per loro, per cui continuavano a coprirsi gli occhi con le mani. Quando furono nei campi ebbero paura, e si attaccarono ciascuno a una mano del pastore; lui sent le loro dita fragili e fredde che stringevano le sue, e gli parve di commuoversi. All'avvicinarsi di quello strano trio, gli uomini del villaggio lasciavano le vanghe e i falcetti, e si fermavano a guardarli.
Finch il pastore, vedendo quelle due creature in imbarazzo, si scocci, e si frappose tra i bambini e la folla.
"Volete lasciarli stare?disse, "non vedete che non capiscono? Ora li porto al palazzo di Riccardo, che conosce le lingue straniere".
Attraverso i campi li port al castello del suo signore, un nobile cavaliere chiamato Riccardo Cuore di Lancia.
Nelle stanze del castello l'aria era pi fresca, e i due bambini, gi in preda allo sconforto, parvero riprendersi un poco. Riccardo ascolt il racconto del pastore; mise a sedere i bambini su una panca e mand a chiamare sua moglie. Nessuno, per, n un cavaliere n una donna del castello, riusc a capire una sola parola.
Il pastore allora si schiar la voce, e con tono rispettoso disse:
"Signore, questi due bambini sono molto affamati".
Riccardo cap, smise di fare domande, e fece segno alla moglie di portare qualcosa. Offrirono loro pane secco, formaggio, e una brocca d'acqua. I bambini annusarono il vassoio, e scossero la testa sconsolati; pareva che non fosse cibo che potessero mangiare.
Soltanto quando la signora mise in tavola un vassoio di fave, entrambi si illuminarono. La guardarono attenti mentre le sbucciava con l'unghia del pollice, e finalmente mangiarono, e di gusto.
"Sono dunque ombre di morti?domand il pastore vedendo ci. Riccardo e sua moglie capirono cosa volesse dire: esisteva, infatti, un'antica tradizione popolare e radicata sulle fave. Gli Egizi le ritenevano sacre, e non ne avrebbero mangiate per nessuna cosa al mondo. I Romani, invece credevano che fossero i fantasmi a lanciare i baccelli nelle case, per portare sfortuna a coloro che vi abitavano e per placare questi spiriti, usavano cospargere le tombe di fave. Nell'Inghilterra del nord, infine, si pensava che ogni fagiolo contenesse un'anima, mentre per gli irlandesi quello era il cibo dei morti.
"Sono disarmatidisse Riccardo "e inoffensivi; ci prenderemo cura di loro e renderemo cristiane le loro anime".
Detto questo, diede un compenso al pastore che aveva perduto il pomeriggio, e lo mand a casa.
Per mesi, egli non seppe pi nulla dei bambini. Alla fne dell'estate, quando le prime piogge fredde annunciavano l'autunno, port il suo gregge a valle, nei recinti vicino al castello. Allora, mentre passava davanti all'osteria sotto la pioggia, sent i paggi e i servi parlare dei bambini: la ragazza aveva gi imparato l'inglese, ed erano venuti dei monaci a discorrere con lei. Del ragazzo, nessuno faceva parola; evidentemente, non avevano pi fatto caso a lui dal giorno del suo arrivo. Il pastore non apr bocca. Finalmente, in un pomeriggio freddo e terso di novembre, la ragazza verde lo riconobbe vicino alle sue pecore. Lui la vide avvicinarsi da lontano, e la attese.
com'era cambiata! Indossava una veste di tela e una mantella come ogni altro bambino; e appena gli fu abbastanza vicina, il pastore si accorse che il colore di foglia era sparito dalla sua pelle e dai capelli. Era sempre molto pallida, ma il suo viso riluceva ora roseo.
"Finalmente ti ho ritrovato, pastore", disse lei sorridendo. Anche lui sorrise, e le fece un cenno di saluto con la mano.
"Come va?chiese.
Certo, andava tutto bene; ora mangiava il cibo di questo mondo, e cos ne aveva preso anche il colore. Poteva parlare con gli altri ragazzi, e serviva alla mensa di Riccardo. Continuava a muoversi, mentre parlava, inquieta come una farfalla.
"E il ragazzo?chiese il pastore. Gli occhi della ragazza si fecero pi scuri, o forse usc in superficie quella parte di malinconia che riposava da qualche parte dentro di lei.
"Sta morendorispose, "non riesce a mangiare niente e non si alza pi dal suo letto; ormai non  che un piccolo ramo verde rinsecchito. Egli appartiene al nostro mondo, non a questo".
"E dov' il vostro mondo?chiese ancora il pastore. Lei per rispose vagamente, come se la memoria la tradisse, e i ricordi stessero ormai svanendo. La fanciulla e il fratello avevano vissuto in un mondo senza sole, dove la luce del giorno non era pi forte di un crepuscolo invernale sulla terra. Avevano lasciato quel luogo un giorno, mentre pascolavano un gregge.
Il pastore la guardava stupito.
"Avete pecore come le mie, laggi?".
"No, niente pecore; ci sono animali sconosciuti sulla terra, che nessuno di voi ha mai visto", rispose; ma poi non sapeva descriverli. "Quel giornocontinu, "avevamo trovato una grotta che si apriva sul fianco della montagna, e vi entrammo per curiosit. Da dentro, infatti, sentivamo un canto cristallino di campanelle: lasciammo le bestie e scendemmo per la caverna. Trascinati da quel suono misterioso e affascinante, ci perdemmo per i cunicoli della caverna e le sue molte grotte, senza curarci di come avremmo fatto per tornare indietro. A un certo punto, vedemmo una luce sopra di noi; la musica cresceva d'intensit. Ci arrampicammo fino in cima, e ci trovammo nella buca argillosa dove ci hai visti per la prima volta. In quell'istante la musica cess; spaventati dalla luce cercammo di tornare subito indietro, ma per terra non c'era pi traccia del varco da cui eravamo usciti. Poi vedemmo un uomo curvo su di noi dal bordo della buca: eri arrivato tu".
Il pastore e la ragazza parlarono ancora un poco; poi lei lo lasci, e torn al caldo delle stanze del castello.
Non le parl mai pi. Durante la primavera seppe che il ragazzo era morto: man mano che procedeva la malattia, assomigliava sempre pi a una foglia che secca e si accartoccia. La ragazza, invece, era sempre a servizio nel palazzo di Riccardo; con gli anni si fece donna, e prese marito. Rimase per una creatura eterea, e in fondo ai suoi occhi chiari si scorgeva nostalgia di un passato che le era stato sottratto. La gente del villaggio, che sapeva quanto lei amasse l'ombra verdeggiante del bosco, le serbava rancore: dicevano di lei che fosse pazza, o addirittura strega. In realt era il solo modo a loro disposizione per parlare di un essere cos pieno di grazia, cos diverso da loro.
Chi erano dunque quei due ragazzi? Da quale mondo venivano? nessuno lo seppe mai. Quando finalmente la ragazza impar l'inglese abbastanza bene da raccontare la sua storia, era gi rimasta troppo a lungo fra gli umani, e i ricordi di quel tempo precedente si erano fatti vaghi. I monaci dell'abbazia, che scrissero questa storia, si limitarono a osservare che una volta una porta tra due mondi differenti si era aperta, lasciando passare quelle due creature indifese, per richiudersi subito dopo.
All'inizio del tempo dei mortali, quando il passaggio da un regno all'altro era pi frequente, gli uomini pi saggi delle due razze sentivano di essere prossimi a una rottura. I segni erano chiari, come nella leggenda di Kuchulain, il cavaliere irlandese famoso per la sua chioma rossiccia, che aveva combattuto guerre in entrambi i mondi, e accorreva dall'uno all'altro ogni volta che ve ne fosse bisogno.
Accadde una volta che Kuchulain si trovasse lontano da casa e da sua moglie Emer: era partito per l'Ade a combattere con guerrieri incantati.
Il premio per la vittoria era l'amore della principessa Fanny.
Dopo aver vinto il duello, Kuchulain rimase con lei per un mese, gli pareva che nemmeno sua moglie Emer, potesse esserle pari. Tuttavia il patto che lo legava alla moglie gli imponeva di tornare a casa, e cos fece; ma mentre preparava la sua roba per il viaggio, Fanny gli disse: "Quando vorrai incontrarmi, pensami: in quel momento io sar l al tuo fianco".
Era una straordinaria prova d'amore e di coraggio: gli offriva di seguirlo, di lasciare il suo mondo e la sua gente per rimanere con lui. Kuchulain allora costru una capanna - sotto una quercia da sughero sulla spiaggia di Bayle, - e nel giorno che avevano stabilito, Fanny lo raggiunse.
non fu, per, un buon giorno, per loro: Kuchulain ebbe solo il tempo di portarla al suo carro, ma ancora prima che potessero salire, Fanny di colpo impallid e gett un grido: dal fianco della collina scendeva una schiera di donne con i gambali d'oro, armate di lunghi coltelli. Emer le guidava.
"non aver paura di loro, Fannydisse Kuchulain, "il mio scudo ti protegger".
La donna mortale guid il carro proprio di fianco al suo; immobile, Kuchulain ascolt le sue parole rabbiose, mentre parlava del disonore in cui l'aveva gettata il suo tradimento. Fissava i grandi occhi di lei, completamente assorto nella sua fissit, non pot, per, restare immobile quando Emer lasci cadere il coltello, e con esso l'orgoglio e il pudore, e scoppi a piangere supplicandolo di tornare da lei. nel silenzio che segu quel pianto, Kuchulain fece la sua scelta:
"Tu sei la donna che amo, Emerdisse, "e lo sarai fino alla fine dei miei giorni."
Se ne andarono piantando in asso la povera Fanny, che rimase a piangere sulla spiaggia della baia, lasciando che le onde sciupassero il candore della sua veste. Impietosito, Manannan, dio del mare, le apparve e la port con s nel suo regno, salvandola dall'ingratitudine dei mortali.
Kuchulain, amando due donne e dovendo rinunciare a una di loro, fin per renderle infelici entrambe, e penare immensamente lui stesso. Il dolore e il rimpianto lo fecero quasi impazzire, finch gli anziani della sua trib non prepararono per lui, la bevanda dell'oblio. La offrirono sia a Kuchulain che a Emer. E il dio del mare fece s che l'amore tra umani e immortali non potesse nascere mai pi. Chiam Kuchulain a quella spiaggia dove Fanny ancora piangeva per lui. Poi Manannan pass tra loro il suo mantello prodigioso, in modo che fossero per sempre perduti al ricordo e alla vista l'uno dell'altra.
Dopo di allora, chi sceglieva di vivere in un altro mondo andava incontro a difficolt quasi insormontabili. Matrimoni tra umani e donne incantate si reggevano su patti particolari: il marito non doveva mai domandare alla donna della sua vita precedente.
Questo accadde a Henno, un cavaliere normanno: un giorno mentre era a caccia, trov una fanciulla seduta su un tronco secco nella foresta, era cos dolce e amabile che se ne innamor al primo sguardo, la port a casa con s e la spos. Lei chiese soltanto di essere lasciata completamente sola un giorno alla settimana, e Henno acconsent senza fare domande. Cos ogni settimana, dopo la messa del mattino, la ragazza si appartava e spariva per un giorno; la suocera, per, not che lasciava sempre la chiesa subito prima dell'elevazione. Preoccupata, la vecchia beghina segu la nuora nella stanza da bagno, dove si chiudeva, e scopr che non era mortale: nel modo misterioso delle fate, di tanto in tanto cambiava aspetto, e si ricopriva di squame fino a sembrare un serpente. Spaventata, corse dal figlio e fece chiamare padre Baiente; ma appena il sacerdote la benedisse con l'acqua santa, la ragazza lanci un grido di dolore e in un attimo svan nel nulla.
Disperato, Henno si pent d'aver dato retta a quella bigotta di sua madre. "Sei tu la strega!le gridava, e piangendo come un vitello estrasse la spada e la fece a pezzi. Poi, essendo ormai in preda alla follia, colp con l'ascia il prete e gli separ la testa dal collo. Da quel giorno, la duplice furia del rimpianto e del rimorso non lo abbandonarono pi, e ancora oggi il suo fantasma vaga per i boschi d'Irlanda con gli occhi infiammati dalla pazzia.
Comunque, quale che fosse il luogo dove avvenivano, era ben difficile che queste unioni durassero a lungo. Gli umani cercavano ogni sotterfugio per poter viaggiare nell'Ade, ma garantendosi anche la libert di tornare. Non sempre, per, le loro precauzioni funzionavano.
Jean Avril, per esempio, figlio di un capovillaggio normanno e di una principessa francese, fu spedito al Nord con una delegazione di guerrieri per trattare la tregua con una trib di cacciatori finlandesi.
Qui di avventure, ne trov pi di quanto si fosse immaginato. Durante una tempesta di neve, da qualche parte tra i boschi della Finlandia, si stacc dai compagni e li perse di vista. Non si disper, era robusto e aveva una volont di ferro, e cerc di orientarsi nella bufera: attravers un lago ghiacciato e cammin in fondo a una gola, fino a una pineta dove pensava che avrebbe trovato rifugio.

Mentre camminava nell'ultima luce del tramonto il cavallo all'improvviso alz la testa, si imbizzar e si impenn senza una ragione apparente, nell'aria candida, un lucore incerto prendeva forma nella tempesta. Strane figure che non riusciva a distinguere, come ombre chiare e luminose, si muovevano intorno a lui. Sguain la spada, pronto ad affrontare un combattimento. Subito dopo, per, la ripose, perch la foschia si diradava mostrando una visione rassicurante: tra gli alberi, Jean Avril vide una compagnia di donne a cavallo, splendide fanciulle che indossavano mantelli scarlatti.
La donna pi autorevole del gruppo si fece avanti verso Jean Avril, e lo guard negli occhi.
"Salve, creatura mortale". La sua voce aveva l'incanto del fischio del vento tra gli alberi. "Il mio nome  Ingeborgcontinu, "sono la figlia di Gudmund, il re centenario della terra di noten Vejeras. Queste donne che vedi con me sono tutte mie sorelle. Seguimi, ti daremo asilo".
Incantato dalla bellezza di quella donna, e senza pensare a quanto fosse pericoloso seguire quelle strane creature in quel luogo ancora pi strano, Jean Avril fece ci che gli proponevano. Ingeborg cavalcava davanti a lui, dritta come il miglior cavaliere normanno, e bellissima. Soltanto una volta, durante tutto il tragitto, si volt verso di lui: e Jean Avril sent le gambe tremare sotto quello sguardo.
Dopo poche ore di cammino, arrivarono a un accampamento; dentro la tenda pi grossa si vedevano pile di tovaglie bianche e tappeti di seta. Il fuoco nel camino scaldava l'aria della tenda, e i servitori passavano con vassoi colmi di cibo e vivande, per quella che aveva tutta l'aria di una festa regale.
Ingeborg si slacci il mantello e lo lasci cadere a terra. Poi si rivolse a Jean Avril: "Resta con megli disse dolcemente, passandogli le braccia intorno al collo, e accarezzandogli la nuca. Lui fece segno di s col capo, e in quell'istante le sorelle di Ingeborg si dissolsero nel nulla, e i due rimasero soli.
Il giovane rimase al campo tre giorni. Era un guerriero normanno, figlio di suo padre, stregato da un incantesimo, e non poteva dimenticare la propria casa. Cos ne parl a Ingeborg; nella sua voce doveva esserci tanta nostalgia, perch la principessa di quel mondo lontano si commosse. Poi sorrise, e subito riapparvero le ancelle che lo accompagnarono al cavallo.
"Lasciati guidare dal cavallogli disse Ingeborg mentre montava in sella; "lui conosce la strada".
Jean Avril si mise in marcia, e quando, alla prima curva del sentiero, si volt per salutarle un'ultima volta, di Ingeborg e delle sue sorelle non c'era traccia.
Una volta tornato a casa, Jean Avril raccont al padre di quella straordinaria apparizione, e poco altro del viaggio. Passarono i mesi: Jean Avril riprese la sua vita con i compagni di sempre, e a primavera partirono come di consueto; lui, per, si era fatto silenzioso e inquieto, e dentro di s non aveva pace pensando a quella donna meravigliosa.
La sera del solstizio, esattamente un anno dopo questa avventura, Jean Avril diede una festa a casa sua; c'erano anche suo padre, e il re della contea del nord, amico del padre. I boccali di sidro passavano allegramente di mano in mano, e le ore passavano allegre. Fuori, al di l del calore della casa, il vento ruggiva furioso sulla pianura.
Poi, l'ululato del vento si alz muto in un grido di tempesta; il pavimento vibr, e le pesanti imposte alle finestre si spalancarono di colpo e cominciarono a sbattere. Tutti si guardarono senza capire cosa accadesse; e mentre ogni cosa era sospesa, e come immobilizzata, la porta si spalanc e una nuvola di neve invase la stanza. Grosse mani bianche uscirono dalla nube, afferrarono Jean Avril e lo trascinarono dentro il loro biancore. Poi la nube si alz dal pavimento al soffitto, vorticando come la tempesta negli spazi aperti della steppa, tanto che tutti si coprirono il viso e cercarono riparo accucciandosi a terra. Quando la tempesta si plac, Jean Avril era scomparso.
Il padre mand servitori e guerrieri a cercarlo da ogni parte, ma senza risultato. Nessuno lo rivide fino a un nuovo solstizio d'inverno di molti anni dopo; il padre, malato e stanco, consumato dalla vecchiaia, partecipava alla festa custodendo in petto l'antico dolore, ormai rassegnato ad aver perduto quel figlio che tanto amava. Fu nel palazzo del re, nella sala del trono, che quella notte apparve una nuova nube nevosa, portando un guerriero alto e forte, col viso disteso dalla serenit. Lo accompagnavano due giovani paggi con un'armatura di maglia d'argento, e nessuno dei tre apr bocca; avevano portato una coppa piena di sidro, si inginocchiarono davanti al padre di Jean Avril e gliela offrirono. Jean Avril sorrideva, e con un cenno lo invit a bere.
Allora il re si alz per benedire quegli ospiti sacri e generosi col segno della croce; ma appena lev il braccio, Jean Avril mut bruscamente espressione, la fiamma del camino si spense in un gemito sinistro, e l'intera sala rimase al buio pi nero. Nella confusione dell'oscurit si sentirono grida bestiali, e risuon il ferro delle spade. Quando, dopo poco, riuscirono a riaccendere il fuoco, Jean Avril e i suoi due compagni erano svaniti nel nulla. A terra, sotto lo sguardo stravolto degli invitati, giacevano i cadaveri di tre guerrieri normanni.
Da allora, nessuno pi cerc Jean Avril; non si poteva combattere contro il potere del re di Noten Vejeras, o il fascino misterioso della figlia. Soltanto il padre continu a piangere la sua scomparsa e a pregare per il suo ritorno.
Grazie a questo richiamo incessante, Jean Avril apparve ancora una volta tra i mortali; ma non era pi un guerriero dall'armatura luccicante. Era un uomo emaciato e pallido, la sua voce era un soffio flebile, e i suoi passi suonavano come un fruscio di stoffe, come se il suo corpo non avesse peso.
Il prezzo di ogni avventura fra mondi diversi era questa terribile perdita: chi varcava il confine non aveva pi identit, non aveva pi consistenza di persona, e si aggirava come un fantasma tra due realt lontane, senza appartenere veramente n all'una n all'altra. Dovunque egli si stabilisse, alla fine la sua esistenza era divorata, e come dimezzata dalla nostalgia.
Quando poi si trattava di bambini nati dall'unione tra umani e creature di altri mondi, allora lo spaesamento era accora pi struggente, e i poveri piccoli non trovavano quiete in nessun luogo. Spesso, dotati di visioni e terribili poteri, erano destinati - o condannati - a divenire re o grandi eroi. Restavano, per, anime in pena: calpestavano la terra come ogni mortale, ma nelle loro vene scorreva sangue magico, e il richiamo di un'altra terra fuori dal tempo risuonava perpetuamente nelle loro orecchie.
La maggior parte di loro viveva nelle vaste brughiere o sui monti irlandesi, come se quella regione gli si confacesse pi di ogni altra.
Non ci si deve stupire di questo: la storia del Moro, che galopp fino all'isola di smeraldo incastonata in un oceano d'argento,  una delle tante, e risale al tempo in cui stirpi prodigiose popolavano la terra prima della comparsa dell'umanit. Tra i primi invasori dell'isola, i pi temibili erano i Fomoriani, una feroce trib di gente di mare che talvolta assumeva aspetto umano, talaltra pareva un mostruoso incrocio di uomo e qualche belva sanguinaria. Fu Tuatha il Demonio, un semidio guerriero dotato di poteri micidiali, a guidare i Fomoriani dall'Irlanda verso le isole remote dei mari dell'Ovest.
Tutto ci avvenne nel corso dei secoli, e in generale non era sempre chiara la divisione tra una razza e l'altra.
nelle vene dei re Tuatha, per esempio, scorreva anche sangue fomoriano, e pi tardi, quando si ritirarono sottoterra e nelle loro isole incantate, mantennero il vigore della razza accoppiandosi col Fiore degli umani, con le Figlie e le sorelle dei pi forti guerrieri.
Ai tempi gloriosi in cui i guerrieri Fianna dominavano le pianure e le coste d'Irlanda, da una di queste unioni nacque il Moro. Suo padre era Finn Mac Cumal, il pi valoroso dei Fianna, e sua madre una donna Tuatha che un giorno apparve a Finn sotto le spoglie di una splendida cerbiatta. Finn era a caccia, la cattur senza ferirla, per non sciupare la sua bellezza, la port con s nel suo palazzo sulla collina di Bermeleaux, nell'Irlanda dell'est. Appena furono al sicuro nel palazzo, dove nessuno li vedeva, lei gli si mostr nel suo vero aspetto: aveva la carnagione scura delle donne del Sud, e lunghi capelli neri le scendevano sulle spalle. Era una ragazza bellissima, si amarono e vissero insieme per lungo tempo. Vi erano, per, tra i Fianna, come in ogni altra trib, uomini invidiosi di quel grande amore; e un giorno, proprio quando lei era incinta, decisero di rapirla per spezzare quell'unione. Finn non la rivide mai pi, e non seppe nulla del figlio che portava in grembo. Il suo dolore spacc la terra, e la grande quercia che svettava da pi di un secolo in cima alla collina, simbolo della potenza dei Fianna, secc. Finn giur che non avrebbe mai pi combattuto per quel popolo di infami.
Solo molti anni dopo, mentre cacciava nella foresta, incontr un ragazzo selvaggio, con lunghi capelli biondi, agile come una gazzella e forte come una quercia; era sempre vissuto nella solitudine del bosco, e lo aveva cresciuto una giovane cerbiatta. In un attimo, Finn seppe che quello era suo figlio, e lo port a casa con s, perch fosse trattato con tutti gli onori che spettano a un principe Fianna. La storia non riferisce il vero nome del ragazzo: per via, per, di certi misteriosi segni neri che aveva tatuati su una spalla, lo chiamarono 'il Moro.
Cos il Moro crebbe tra i Fianna, ammirato e temuto da tutti i suoi coetanei.
Era bello e d'animo sincero, primeggiava nel tiro con l'arco e nella caccia, e in ogni cosa era il migliore.
Passava le giornate cacciando con i compagni, e d'estate partivano per lunghi viaggi tra le colline verdeggianti, per conoscere i villaggi dell'interno. Le sere d'inverno rimanevano nelle sale del palazzo, di fronte al caminetto, a cantare le loro canzoni. Si innamor dei riccioli biondi di Marukya, e la spos un mattino di giugno sotto il sole maestoso dell'estate. Ebbero un figlio che chiamarono Altair, che divenne poi un famoso guerriero.
Sebbene, per, fosse amato e rispettato da tutti, il Moro non rimase a lungo in Irlanda; era felice, s, ma l'inquietudine non lo lasciava mai, come se sentisse che da qualche parte c'era un'altra vita che lo chiamava. Il monaco che lo incontr molti anni dopo trascrisse la sua storia: "Accadde un giorno d'estate. Tutti i guerrieri Fianna si erano dati appuntamento a Munster per una battuta di caccia intorno al lago; in quei boschi, infatti, vivevano i daini e le cerve pi belle dell'intera Irlanda. Era bello cacciare, e catturammo oltre venti daini e qualche cinghiale; verso mezzogiorno, poi, ci andammo a riposare sulla riva, sotto le fronde dei salici.
"A quel punto, sulla sponda occidentale dall'altra parte del lago, apparve un cavaliere; montava un cavallo bianco con una sella di cuoio lavorato, e lo spronava al galoppo. Mi alzai in piedi per guardare meglio quel cavaliere solitario, e riparandomi gli occhi dal sole vidi che era una donna. Il suo viso era chiaro come la schiuma delle onde, e lunghi capelli biondi le uscivano dall'elmo fin sulle spalle; i suoi occhi erano del turchese purissimo del mare d'agosto. Veniva verso di noi, e anche gli altri si alzarono. Fu mio padre Finn a rivolgerle per primo la parola:
'Benvenuta, giovane straniera, tra i guerrieri Fianna '.
'Salute a te, Finn, e ai tuoi guerrieri '.
'Qual  il tuo nome, e dove stai andando?'.
'Sono Miah Petes, figlia di Manannan Mac Lir, re dell'eterna giovinezza '.
"Apparteneva dunque a una stirpe incantata, che abitava le isole remote e sconosciute dell'Oceano; suo padre era un grande signore del mare.
'E cosa ti ha spinto fin qui?' chiese ancora mio padre; 'forse hai portato qualcosa?'.
'S' rispose lei, 'porto il mio amore a tuo figlio il Moro'.
"Il suo sguardo si pos su di me, e io mi sentii preso da una forza misteriosa, alla quale non potevo resistere; camminai verso di lei, e rimasi incantato a guardare l'azzurro profondo dei suoi occhi. I miei compagni li sentivo estranei e lontanissimi. Alle mie spalle, capii che mio padre piangeva, sapendo gi cosa stava per accadere: mi girai verso di lui, ma aveva chinato il capo per non guardare.
"Mi voltai allora verso di lei, e dissi solamente: 'Ti aspettavo, principessa; sono pronto '.
"Allora Niah pronunci in una lingua misteriosa il giuramento che ci legava per sempre, e che nessuno avrebbe potuto mai pi spezzare.
'Verrai con me nel paese dove la giovinezza  eterna, dove gli alberi sono carichi di frutti, e fiori, e non appassiscono mai perch la morte non viene a farci visita.
Avrai la corona di re, le armi dei grandi guerrieri, e la cetra dei poeti per sciogliere il tuo canto nelle sere d'inverno. Sali '.
 "Andai a baciare mio padre, senza il coraggio di guardarlo negli occhi, e sulla sua guancia sentii il calore delle lacrime. Poi montai a cavallo con Niah, e lo udii mormorare: 'Tu sei mio figlio, e io non ti rivedr pi'.
"Gi Niah spronava il cavallo, ed eravamo lontanissimi. Attraversammo tutta la piana di Munster, e arrivammo fino alla costa. Davanti al mare, il cavallo prese pi slancio e si tuff; correvamo sulla cresta delle onde sfiorando appena l'acqua. Ci spingemmo verso Occidente, finch l'Irlanda non si ridusse a una linea scura all'orizzonte, e scomparve.
"Il cavallo filava sulle onde, e pareva non stancarsi mai; arrivato, per, vicino a un'isoletta pietrosa e spoglia, da cui si alzava una torre grigia, si ferm.
'Vuoi mostrarmi il tuo coraggio, Moro?' La ascoltavo senza capire.
'Su quest'isola vive una delle mie sorelle;  tenuta prigioniera da un vecchio mostro Fomoriano, e non c' nessuno che la difenda '.
"Le sorrisi, e per tutta risposta sguainai la spada. Scesi da cavallo, e mi avventurai tra gli scogli di quell'isola inospitale. Dopo poco sentii alle mie spalle un ruggito sinistro, e mi voltai di scatto: mi trovai faccia a faccia con una belva deforme, nuda, armata di un'ascia di pietra, che si trascinava tra le rocce latrando orrendamente. Istintivamente feci un passo indietro, mentre il mostro mi si avventava contro con i suoi artigli. Parai il primo colpo con lo scudo, schivai il secondo e poi colpii a mia volta: la mia spada si abbatt sulla sua pelle grinzosa e ispida, e riuscii a ferirlo.
La creatura lanci un grido di dolore terrificante, ma mi resi conto che la sua scorza era troppo dura: era come tagliare una quercia con un temperino, e non ce l'avrei mai fatta. Dovevo cercare un punto vulnerabile. Cos, mentre mi veniva addosso con l'ascia, io scartai per schivare il colpo e affondai la spada nel suo ventre. Con un gemito, la belva si pieg su se stessa, lasci cadere l'arma e si accasci.
"Sentii che Niah chiamava; e per un attimo, girandomi, intravidi la sorella, la splendida donna che avevo liberato dal Fomoriano. Alz la mano verso di me in segno di saluto, poi con un balzo si tuff oltre gli scogli, e il mare la accolse come una figlia perduta da tempo".

?Lo scritto dell'avventura del Moro cos continua: "In questo modo avevo dato prova del mio valore.
"Riprendemmo il viaggio verso il paese dell'eterna giovinezza, e il padre di Niah, signore del mare, ci accolse con un corteo di benvenuto di oltre mille persone. Rimasi a lungo laggi, e Niah mi diede tre figli: il primo lo chiamammo Finn, in onore di mio padre. Il secondo Altair, come il figlio che avevo lasciato tra i mortali; e poich la terza fu una bambina che assomigliava moltissimo alla madre, e appena nata era gi bella come un fiore, la chiamammo Rosa.
"Avevo tutto ci che un uomo desidera nella vita. Tuttavia nelle mie vene scorreva sangue umano, e l'interminabile processione dei giorni e degli anni in quella terra che ignorava la vecchiaia e la morte cominci a stancarmi.
"Passavo giornate intere sulla spiaggia, guardando verso est, verso la mia amata e lontana Irlanda.
'Che hai?' mi chiedeva a volte Niah.
'Niente ' rispondevo.
"Non era vero, avevo nostalgia di casa, e un giorno trovai la forza di dirglielo.
'Se potessi almeno rivedere mio padre' le dissi; lei dovette avere piet del mio dolore, e mi condusse il cavallo che ci aveva portati fin l.
'Coraggio ' mi disse, 'va a cercare tuo padre e la tua terra. Ti avviso, per, in Irlanda nulla  pi come lo ricordi tu'.
"Io ero talmente felice che non l'ascoltavo, le sue parole mi suonavano nelle orecchie ma io non vi prestavo attenzione.
'E quando sarai l' mi diceva ancora, 'non scendere mai da cavallo. Se i tuoi piedi toccheranno il suolo mortale anche solo una volta, non potrai pi tornare qui'.
"La lasciai in lacrime sulla spiaggia, proprio come, molto tempo prima, avevo lasciato mio padre; spronai il cavallo, e ci inoltrammo nell'oceano sconfinato.
"Quelle parole a cui non avevo dato ascolto tornarono ben presto a farsi vive dentro di me. Persino la costa irlandese era cambiata: nella baia che ricordavo selvaggia e incontaminata era cresciuto un villaggio di pescatori. Della vecchia torre fortificata in cima alla scogliera non rimaneva che qualche muro diroccato.
"Galoppai attraverso i colli e le pianure, fino alla collina di Bermeleaux, dov'era la casa di mio padre: ma lungo il pendio soleggiato, non sorgeva pi nessuna costruzione. Scesi fino al villaggio: gli abitanti erano povera gente, minuta e malvestita. L'umanit aveva occupato quei luoghi, mentre io vivevo nel paese dell'eterna giovinezza, dove il tempo batte secondo una misura differente.
"Ora mi trovavo di fronte degli esseri spaventati, talmente piccoli che la testa del pi alto aveva una dimensione non pi grande della mia mano.
"Quando accennavo ad avvicinarmi a qualcuno di loro, immediatamente si ritraevano e sparivano dietro il primo angolo. Li salutavo con cortesia, ma erano troppo spaventati per far caso ai miei modi. Allora decisi di smontare almeno da cavallo, per non essere troppo pi grande di loro. Mentre mi chinavo per scendere, mi tornarono in mente le parole di Niah, e quell'avvertimento che le mie orecchie avevano ignorato, ma che era rimasto custodito nella mia memoria: proprio allora, per, la cinghia della sella cigol e si ruppe, il cavallo si impenn, e io fui scaraventato a terra. Un velo di oscurit copr all'istante i miei occhi".
Il monaco cos prosegu nel suo racconto: "Quando ripresi i sensi, mi trovai di fronte il cielo stellato. Ero sdraiato in terra, e avevo freddo. Vedevo Orione e Cassiopea. Provai a muovere lentamente la testa, e subito braccia premurose mi presero per le spalle e mi aiutarono ad alzarmi. Solo allora vidi le mie mani, e fui preso dall'angoscia: erano ossute e bianche, e l'azzurro delle vene traspariva sotto la pelle.
"Una voce garbata di ragazza mi distolse da quella vista agghiacciante:
'Come va ora, signore?' chiedeva. Il suono della sua voce era musica per le mie orecchie, ma la sua vista non mi confort che per un istante: negli occhi chiari di quella fanciulla cos giovane, infatti, mi specchiai, e mi vidi terribilmente trasfigurato.
"La mia fronte era fitta di profonde rughe, e lungo le mie tempie scendevano misere ciocche di capelli bianchi, lunghi e radi; nei miei occhi la luce si spegneva, le mie labbra erano sottili e pallide, e le guance infossate.
"Cos appresi il mio destino: gli anni che avevo vissuto nel mondo incantato di Niah, sulla terra non erano stati anni, ma secoli. Era trascorso lo stesso tempo, ma non aveva la medesima durata.
"Il cavallo era l'ultima presenza che mi legava a quella realt eterna, e mi proteggeva dagli oltraggi del tempo: appena ne ero sceso, il sangue umano che era in me era affluito al cuore, e aveva reso il mio corpo al regno dei mortali.
"Quella povera gente fu gentile con me. Mi avevano visto invecchiare di secoli in pochi istanti. Ascoltarono con molta attenzione il mio racconto, e di ognuno dei personaggi della mia storia mi raccontarono a loro volta la leggenda: seppi che i Fianna si erano ribellati ai re del Nord, che avevano impugnato le armi e avevano combattuto; avevano perduto i migliori guerrieri nella battaglia di Qabra, e i superstiti erano caduti prigionieri nelle mani di quel nemico terribile.
"Straniero nella mia terra natale, non mi restava che la pena di vedere tutto finito e cambiato. Allora mi venne a trovare il ricordo di certe estati della mia infanzia, i giochi che facevo con i compagni di quel tempo.
"Raccontai loro delle battaglie, e degli stormi di corvi che volteggiavano bassi sopra i soldati. Ricordai i nomi di tutti i valorosi guerrieri Fianna, e poi le loro imprese, e dissi loro di non dimenticarli mai, poich ora vivevano sulla terra che era stata loro".
La storia del Moro, che un monaco anonimo raccolse dalle sue labbra negli ultimi giorni di vita,  questa. Quando gi i suoi occhi erano chiusi, e non si capiva a quale regno ormai appartenesse, con un filo di voce inton un'antica canzone. Queste furono le ultime parole del vecchio guerriero:
"Sono l'ultimo fremito dell'albero, le foglie mi hanno lasciato; sono un guscio vuoto, un cavallo senza briglia, un popolo senza patria; io, il Moro figlio di Finn.
"Davvero non c' un uomo al mondo pi infelice di me. Un vecchio senza passato, che muore tra le rocce, fa solo piet:  da lungo tempo che il cielo si  chiuso sopra di me.
"Sono l'ultimo dei Fianna, il generoso Moro figlio di Finn; sento gi la voce delle campane che chiama dolcemente. Ecco, il cielo si chiude su di me".
cos il Moro fece conoscere lo splendore della sua giovent a un popolo che l'aveva dimenticato da generazioni; egli era un residuo di poesia in un mondo prosaico, l'ultima traccia di un'era in cui la magia e il mistero erano la condizione normale sulla terra.
A dire il vero, si sent parlare ancora a lungo di esseri prodigiosi che finivano nel mondo dei mortali; ma non si incontravano pi eroi, onorati, come il Moro. Gli esseri dell'Aldil ora spaventavano i mortali, i figli e le figlie di quel mondo venivano evitati e abbandonati, perch la gente li guardava con sospetto, anche se si trattava di bambini, Non c' da stupirsi, dunque, se i genitori che li accoglievano cercavano di nascondere la loro vera origine: lo facevano solo per aiutarli, non era, per, cosa facile, perch i bambini per primi si sentivano attratti dall'altro mondo da cui provenivano, il cui sangue scorreva caldo nelle loro vene.

Si racconta in Francia una leggenda simile, narra di un bambino nato molti secoli dopo che il Moro aveva lasciato la sua terra. La madre era una regina bretone, una donna graziosa che il marito teneva nascosta come un gioiello in un palazzo nella foresta. Tuttavia la sua bellezza straordinaria e le sue molte virt non bastavano a far dimenticare il suo unico difetto: era sterile. Dopo dieci anni di matrimonio, il re era ancora senza eredi.
Una mattina di giugno, mentre passeggiava lungo il muro del giardino, si ferm a raccogliere qualche frutto. C'erano vari, tra cui anche una strana pianta rampicante, dal frutto profumato e dolcissimo.
Questi alberi non appartenevano al creato dei mortali, venivano da oltre l'ordine naturale delle cose, e perci a volte erano porte affacciate su altri mondi. Forse la regina lo sapeva, quando consumava i sentieri del giardino piangendo per il figlio che non poteva avere.
All'improvviso sent nitrire un cavallo ai cancelli del giardino, e si volt. Un cavaliere aspettava, guardando verso di lei. Era un giovane alto e moro, e portava una corona d'oro come i principi del Sud.
" a causa di un bambino che piangi, povera regina?le chiese. "Vieni con me, ti porter nel mio regno, e l avrai un bambino che illuminer la tua casa".
Senza dire una parola, la regina mont sul cavallo dello straniero, e si lasci portare fuori dai cancelli del palazzo. A meno di un miglio dal castello trovarono un lago, un piccolo specchio d'acqua che luccicava sotto la luna. Lo straniero la prese tra le braccia e la fece scendere da cavallo. Poi anche la luna tramont, e il cielo era abitato solo da tremule stelle; allora il cavaliere le disse:
"Signora, il mio mondo sta sotto la foresta, e il lago  l'entrata. Guarda bene, e custodisci ogni cosa nella tua memoria: un giorno dovrai portarci mio figlio". E senza aggiungere nient'altro, entr nel lago col cavallo e spar sott'acqua.
La regina non rivide mai pi quello straniero. Nove mesi dopo diede alla luce un figlio, e lo chiam Tydorel. Crebbe forte e leale, e poich era l'unico figlio del re ebbe tutto ci che voleva. Impar a cantare e a recitare versi, a destreggiarsi con l'arco e con la spada, a cacciare e a nuotare; era un abile cavaliere ed eccelleva nella lotta. Fu il migliore allievo dei migliori precettori. Eppure molti lo guardavano con diffidenza: Tydorel infatti non riposava mai e non conosceva il sonno. Inoltre nessuno comprendeva a fondo il suo carattere: ora era aperto e franco, un attimo dopo freddo e scuro.
Non dormiva mai, e la regina chiam a corte poeti e cantastorie per tenergli compagnia la notte; ogni sera, a un'ora sempre pi tarda, lanciava uno sguardo furtivo nella sua camera per vedere se si fosse addormentato. Di sera in sera, la scena era sempre la stessa: le candele si consumavano, i compagni dormivano abbandonati sul tavolo, e Tydorel passeggiava su e gi per la stanza, senza chiudere occhio.
Per tutta la sua giovinezza, ogni notte sua madre lo guard - chiss se lui se ne accorse mai; parlavano di rado, e col passare degli anni sempre meno. Si era fatto scontroso e taciturno, sembrava che attendesse un segno, una parola, qualcosa che gli desse ragione della sua diversit. Una notte, finalmente, ebbe ci che attendeva.
La regina quella sera aveva chiamato un mercante di birra, perch raccontasse a Tydorel qualche aneddoto appreso durante i suoi viaggi.
"Racconta qualcosa di divertente, ubriaconegli aveva detto Tydorel. L'altro, senza scomporsi per quei modi sgarbati, rimase in silenzio qualche istante, e poi si mise a sedere davanti al camino.
"Storie non ne sodisse, "n divertenti n di nessun altro genere. Posso dirti, per, una cosa: un uomo che non conosce la necessit del sonno certamente non  figlio di un mortale".
Poi incroci le braccia e non disse pi nulla; guardava il principe, che era sprofondato in un silenzio di tomba.
La madre, che dal corridoio aveva sentito tutto, torn di corsa nelle sue stanze e mand a dormire le ancelle. Pochi minuti dopo, Tydorel le stava davanti, tremando tutto come quando lo prendevano i suoi attacchi di collera.
"Hai sentito?chiese semplicemente.
"Ho sentitorispose lei abbassando gli occhi. E non potendo pi sostenere quello sguardo muto e febbricitante, gli disse la verit:
"Quell'uomo non mentiva. Tuo padre non  il re di questa contea, ma il re del paese oscuro sotto la foresta".
Tydorel stava dritto in piedi stringendo i pugni, pieno di una rabbia sorda che non riusciva a esplodere.
"E perch non me l'hai mai detto?".
"Volevo tenerti per sempre con merispose la regina, coprendosi il volto con le mani per nascondere le lacrime. Tydorel ormai non si curava pi di lei.
"Dove posso trovare mio padre?gridava, "dimmi dove!". Glielo disse.
Senza aspettare un attimo, neanche il tempo per l'addio, Tydorel si precipit in cortile, sell il suo cavallo e part al galoppo verso il lago. Sua madre gli corse dietro, lo insegu per i corridoi del palazzo, gi fino alle stalle, chiamandolo inutilmente.
La notte era alta, e la luna era appena tramontata. Guidato da una forza misteriosa, nel labirinto d'alberi della foresta egli trovava la strada a ogni svolta del sentiero, e poco dopo era gi sulla riva del lago. Dietro di lui, la madre lo seguiva, ancora sperando di non perdere ci che di pi prezioso aveva al mondo.
Quando fu sulla riva, l'acqua schiumeggi proprio al centro del lago, e ne usc lo straniero che anni prima aveva portato l la regina. Stava in piedi sull'acqua, e tendeva le braccia verso il figlio. Tydorel incit il cavallo, e sollevando schizzi e schiuma entr nell'acqua.
Dal centro del lago, il re di quel mondo sotterraneo lanci un'ultima occhiata alla regina, che assisteva dalla riva senza poter fare nulla, e le sorrise; poi lev le braccia ancora pi in alto, e in quell'abbraccio padre e figlio cominciarono a scendere. Il lago gorgogli e spumeggi, e poi si richiuse sopra di loro.
Cos il figlio di un ventre di donna, nato e cresciuto tra i mortali, torn al mondo sotterraneo e misterioso del padre che non aveva mai visto.
Nessuno rividepi Tydorel. Le porte tra due regni - e tra due re - si stavano chiudendo: non c'era pi posto, nel nuovo mondo, per la gente del vecchio.

La Duchessa della fontana.
"Alla corte di re Artraccontano i bardi del Galles, "vi erano tre cavalieri invincibili: Cadwer, conte di Cornovaglia, Lancillotto di Lac e Owen, figlio di Urien. Ci che li accomunava era che nessuno di loro si sarebbe mai ritirato da una battaglia, n di lancia, n d'arco, n di spada".
Ci voleva un coraggio innato per essere cavaliere: essi andavano in cerca d'avventure anche fuori dal loro mondo - in terre avvolte nel mistero, e governate da leggi incomprensibili per i mortali.
Owen aveva sentito parlare dai suoi paggi di un paese che lo aveva incuriosito. Un giorno - era piena estate, e il sole splendeva sul mare verde della pianura - part dalla reggia di Art a Caerleon, e si mise in cammino verso il Nord. Di quelle regioni, infatti, si dicevano cose incredibili e meravigliose. Viaggi per parecchi giorni, attraverso i boschi e le montagne dell'Inghilterra, e alla fine arriv al confine: davanti a lui si stendeva a perdita d'occhio una foresta di abeti e cipressi. Alle porte della foresta vide il castello di cui gli aveva parlato quel paggio, dove lo accolsero con insolita allegria, e vollero a tutti i costi offrire un banchetto in suo onore. Poi finalmente lo lasciarono ripartire, e gli indicarono il sentiero che portava nelle profondit della foresta.
Laggi abitava un antico dio, che conosceva i segreti di quel regno incantato. Una sera, poco dopo il crepuscolo, Owen si trov di fronte una creatura enorme, scura come la notte; si reggeva su una sola gamba, e guardava di traverso l'intruso. A un suo cenno, le belve della foresta si raccolsero intorno a lui, si inginocchiarono sull'erba ai suoi piedi e si prostrarono davanti a lui. Di fronte al suo potere, anche Owen si inchin. Poi - come se quell'incontro non fosse abbastanza avventuroso - chiese al dio dove poteva trovare qualche impresa pericolosa.
Di fronte alla presunzione di quell'uomo gli occhi del dio scintillarono di una risata sinistra. Comunque gli rispose, indicandogli dove andare e cosa avrebbe trovato.
Owen part. Percorrendo quel sentiero arriv in un'immensa valle soleggiata, in mezzo alla quale una quercia imponente e solitaria allungava i suoi rami verso il cielo. All'ombra dell'albero, Owen vide una fontana, sulla quale, legata da una catenella d'argento, c'era una coppa. Come gli aveva suggerito il dio, Owen riemp la coppa dell'acqua della fontana, e poi la bevve.
Subito il cielo si scur, e sopra gli alberi della foresta cominci a rombare il tuono. Si alz il maestrale, e la sua furia port l'uragano: la quercia scuoteva i rami, e l'erba della pianura gemeva sotto la frusta del vento. Owen si ripar sotto lo scudo, ma la pioggia batteva da ogni parte; allora si strinse al cavallo, e insieme attesero in silenzio.
L'uragano fin di colpo. La furia della tempesta aveva strappato tutte le foglie dagli alberi; sui rami spogli, gli uccelli colorati salutavano col loro canto il ritorno del sole.
Owen, per, non aveva tempo per ascoltare quel canto: un guerriero usciva al galoppo dal bosco, e veniva verso di lui. Era il Guardiano, il custode della fontana; la sua armatura era nera come il suo cavallo e l'elmo calato basso sul viso non lasciava intravedere che due occhi scuri e truci. Arrivava al galoppo impugnando la lancia, e la puntava dritta al cuore di Owen.
Egli fece appena in tempo a montare a cavallo, tirare fuori la lancia, e prepararsi allo scontro che gi il cavaliere nero gli era addosso. L'impatto fu cos violento che entrambe le aste si spezzarono, e i due guerrieri finirono in terra tramortiti. Nel duello, per, un istante pu essere fatale: Owen e il Guardiano si rialzarono di scatto e sguainarono le spade.
Si batterono sotto l'albero in quell'immensa pianura, sferrando i colpi con mani esperte e forti, e ogni colpo era accompagnato dal grido metallico della lama sul bronzo dello scudo o sul cuoio dell'armatura. Nessuno dei due riusciva ad avere la meglio sull'altro, e a un certo punto erano talmente stanchi che a stento potevano impugnare la spada.
L'inglese per, trov ancora un guizzo: il cavaliere nero si scopr, abbassando troppo lo scudo, e Owen con un ultimo colpo violento gli conficc in gola la spada tra l'elmo e la corazza. Un fiotto di sangue scarlatto sgorg dalla ferita e gli scese lungo il petto, e l'amico di Art credette di averlo ucciso. Quello, invece, si volt ancora un istante a guardarlo, e poi si lanci in sella con un balzo da leone e in un lampo scomparve nel fitto del bosco.
Owen allora mont a cavallo e part all'inseguimento; gli corse dietro per i sentieri tortuosi della foresta. Davanti a lui, il cavallo nero correva con un'agilit soprannaturale, come se conoscesse a memoria ogni tronco e ogni cespuglio. Attraversava i ruscelli senza sollevare uno schizzo d'acqua, e riprendeva la corsa senza mai affondare nel fango. Owen riusc a non perderlo di vista, e il cavaliere nero lo port fuori dalla foresta. Galoppavano ora su una prateria sterminata, imbiondita dalle spighe del grano; in lontananza, su un'altura, svettavano le mura e le torri di una citt fortificata. Le porte della citt erano aperte, e i due cavalieri entrarono senza fermarsi; Owen ora gli era alle costole.
Dopo la prima cinta di mura, per, ce n'era una seconda, il cui cancello si richiuse appena il cavaliere nero fu passato; Owen cerc di fermare il cavallo, ma la grata metallica cal velocissima dalla volta, la bestia scivol sulle pietre levigate dell'acciottolato e fu trafitta dall'inferriata. Owen fu sbalzato di sella. Fin lungo disteso a terra, appesantito dalla maglia di ferro, e prima che avesse il tempo di rialzarsi, anche l'altra porta gli si richiuse alle spalle.

Ora era imprigionato in quello stretto vicolo tra un muro e l'altro, e attraverso il cancello del muro interno vide, per le strade della citt, una folla di gente che correva e gridava. Si stringevano intorno al cavaliere nero, e lo aiutavano a smontare da cavallo. Poi il suo sguardo fu attratto dall'altra parte: in quello spazio angusto che lo teneva prigioniero c'era anche una donna, una graziosa fanciulla vestita di bianco che lo osservava.
"Sei stato tu a ferire il Guardiano?gli domand sottovoce.
"Srispose Owen ansimando, "se  di quel cavaliere nero che parli".
"Tra pochi minuti ti saranno addosso e ti massacreranno. Prendi questo anello, e stringilo nel pugno finch il muro ti inghiottir, rendendoti invisibile; questo ti protegger da loro. E quando vedrai aprirsi il cancello, raggiungimi davanti a quel portone; mettimi una mano sulla spalla per avvertirmi che sei arrivato, e io ti porter al sicuro".
"Perch lo fai?domand Owen.
"Chi uccide il Guardiano diventa il nuovo Guardiano; il mio compito  metterti al posto del cavaliere nero, nel suo palazzo, dove sarai re, e avrai in sposa la Duchessa della Fontana. Io sono Luna, la sua ancella".
Tutto and come aveva detto Luna: la folla dei gendarmi venne verso la porta, mentre Owen aspettava acquattato dentro il muro, a fianco del cavallo morto. Gridando, alzarono le sbarre del cancello e si riversarono in quel corridoio di cinta: ma non potevano vederlo, l'anello lo proteggeva.
Strisciando lungo il muro riusc a sfuggire alla folla inferocita, e raggiunse Luna. Le mise una mano sulla spalla, e lei si incammin come se niente fosse per le vie della citt. Lo port nel cortile del palazzo che sorgeva al centro della rocca, e insieme salirono per la scala esterna della torre pi alta. In alto, il vento batteva a raffiche furiose.
La stanza dove trov rifugio, era una stanza da re: i candelabri erano d'oro massiccio, e le tende di damasco. Luna accese il caminetto, e riemp per lui una vasca di bronzo. Mentre Owen si ristorava nell'acqua calda, lei gli port da mangiare. Poi lo lasci solo, ma continuamente tornava da lui per spiegargli cos'erano quei rumori che sentiva gi in cortile. Tre rintocchi di campana, lunghi e gravi, annunciavano la morte del Guardiano; il lamento funebre significava che il suo corpo era stato deposto nella bara, e veniva portato nel cortile, sull'altare

Ogni volta che un cavaliere si avvicinava alla fontana, egli accorreva a ricacciarlo indietro, dopo averlo spogliato di ogni sua ricchezza; poi divideva il bottino tra i baroni e i cavalieri della corte, cosicch in breve tempo divenne l'uomo pi amato della contea.
Per tutto quel tempo egli condusse una vita da re, e le immagini della sua vita precedente - di Art, Lancillotto e gli altri compagni d'arme - erano scomparse dalla sua memoria. Un giorno, per, sent il richiamo della sua terra.
Quel giorno infatti, il rombo di zoccoli che annunciava un intruso alla fontana risuon nella stanza di Owen; egli mont a cavallo e accorse. Come il suo predecessore, attravers la vasta pianura coltivata a grano, la foresta fredda e tenebrosa, e arriv nella valle della fontana. L trov un cavaliere che lo aspettava. Ingaggiarono il duello, e Owen lo disarcion facilmente. L'intruso tuttavia non era solo: intorno alla fontana era accampato un piccolo esercito, decine di tende si alzavano nella valle, e i vessilli colorati sventolavano allegri. Il cavaliere ferito si ritir nel campo, e subito i suoi compagni lo soccorsero, e sfidarono il vincitore.
Cos, il giorno seguente Owen si ripresent alla fontana, e affront un altro cavaliere. Riusc a battere anche questo, ma un altro gli lanci la sfida per il giorno dopo. E questo duello ininterrotto continu per settimane e settimane, finch Owen si trov di fronte un guerriero che riusciva a tenergli testa. Il combattimento dur tutto il giorno, e neppure la notte pot fermare le armi: dal campo i soldati accesero una selva di torce e la lotta continu, pi accanita e spettrale, fra le ombre mutevoli di quella luce incerta.
I due cavalieri erano esausti, e i colpi di spada si facevano pi lenti e pesanti, quando Owen, con un guizzo, riusc ad assestare un fendente violentissimo; l'altro riusc a pararlo con lo scudo, ma non pot evitare che l'elmo volasse via. E cos, al bagliore delle fiaccole, Owen riconobbe il volto di suo cugino Melissar, con cui era cresciuto alla corte di Art.
Lasci cadere la spada, corse ad abbracciarlo e lo proclam vincitore. Allora i cavalieri della Tavola Rotonda si ritrovarono, e festeggiarono tutta la notte. Poi, sotto la guida di Art, cavalcarono insieme verso la citt della Duchessa. Rimasero ospiti laggi per qualche giorno, poi chiesero alla Duchessa di portare con s Owen per tre settimane, perch potesse rivedere il suo mondo e le persone che gli erano care. La Duchessa acconsent a malincuore, turbata da oscuri presentimenti.
Owen torn in Cornovaglia, e non vi rimase tre mesi, ma tre anni: infatti, quando fu di nuovo tra i suoi compagni nel palazzo di Art, l'immagine di quella sposa lontana e della citt di cui era il Guardiano abbandonarono la sua mente.
Forse non se ne sarebbe ricordato mai pi se un giorno, una donna che nessuno aveva mai visto da quelle parti, non fosse entrata a cavallo nel cortile del palazzo e avesse gridato, rivolta alle sue finestre:
"Owen  un traditore: egli ha tradito la fiducia di una citt e l'amore di una donna."
 Poi scomparve.
Quella visita inquiet Owen, e accese dentro di lui un rimorso inestinguibile; cos lasci il castello e si nascose nei boschi delle montagne, errando per i sentieri con l'animo sconvolto e vivendo con le bestie. Fu ancora una donna a salvarlo.
Lo incontr sul ponte di Scarbourough: il suo aspetto era terribile e selvaggio, la barba e i capelli gli erano cresciuti fin quasi a nascondergli il viso - non si scorgevano che due occhi fiammeggianti, attraversati da lampi di febbre. Fissava l'acqua scura del fiume sotto di lui, covando cupi pensieri di morte. La donna lo convinse a seguirla a casa sua, lo fece mangiare e dormire, e lui le raccont la storia.
"Il demone del rimorso ti sta divorando l'anima, cavalieregli disse, "e non c' che un modo per placarlo: devi tornare subito dalla donna che hai tradito".
Gli procur un cavallo, e Owen part alla ricerca di quella citt in cui aveva vissuto felice per ben tre anni.
Tuttavia i confini tra mondi diversi non sono fissi ma mutevoli e sfuggenti, e non c' creatura al mondo che ne possieda la mappa. Owen vag per settimane, perdendosi nella solitudine dei monti e delle foreste, prima di trovare la via che cercava. Alla fine, fu un leone a indicargliela.
Un pomeriggio, mentre faceva riposare il cavallo ai bordi di uno stagno, ud un ansimare secco fra i cespugli alle sue spalle, poi un ruggito. Si alz con cautela, per vedere di cosa si trattasse, e si trov di fronte un leone bianco come la neve, accovacciato contro un masso, col pelo ritto dalla paura: era immobilizzato dallo sguardo vitreo di un serpente che gli stava di fronte, pronto ad attaccare.
Rapido come il fulmine, Owen sguain la spada, e con un colpo secco tronc la testa al serpente: il corpo viscido e squamoso continu a dimenarsi per qualche minuto, prima di fermarsi per sempre. Il leone smise di ringhiare, si avvicin a Owen e gli lecc la mano in segno di riconoscenza. Il guerriero gli accarezz la testa e torn al cavallo, ma il leone continuava a seguirlo. Owen si mise in marcia, e il leone trottava quieto al suo fianco, senza che il cavallo ne avesse paura. Si fermarono presso un bosco per la notte; il leone si inoltr tra i cespugli e torn poco dopo con una cerbiatta tra i denti.
Owen accese il fuoco, squart la cerbiatta e la arrost; ne lanci un pezzo al leone, che si mise a mangiare al suo fianco. Mentre era seduto davanti al fuoco, il cavaliere ud un gemito, poi un altro. Sembrava venissero da una roccia coperta di muschio. Si avvicin, e scopr dietro allo sperone di roccia l'ingresso di una caverna.
"C' qualcuno qui dentro?grid. Il leone osservava la scena. Pass qualche minuto; Owen chiam ancora, e finalmente si ud una risposta:
 "Luna,  imprigionata qui dentro".
 Owen riconobbe quella voce, e trattenne
 il respiro: doveva essere ormai molto vicino a quel che cercava.
"E perch ti hanno chiusa qui dentro?domand.
"Portai alla mia signora il suo nuovo sposo, il Guardiano che difende la fontana sacra; ma quell'uomo  scappato prima del tempo, e ha tradito la citt. Sono tre anni che  scomparso, e la gente dice che  colpa mia. Cos mi hanno processata e mi hanno rinchiusa al freddo nella caverna, e presto verranno a prendermi per il rogo".
Segu un silenzio interminabile, che pareva dire a Owen - vedi, il tuo debito  pi grande di quel che credevi.
"Non preoccupartile disse, "ora sono qui io".
Vennero infatti due soldati a prendere Luna, e Owen li attendeva alla bocca della caverna, scudo in spalla e spada pronta.
"Che ci fai qui?gli chiesero senza troppa gentilezza.
"Luna  sotto la mia protezionerispose Owen.
"Levati di mezzo, straniero: questi non sono affari tuoi".
La parola pass subito alle armi: Owen non era guerriero da aver paura di due sgherri, ma il lungo e incerto pellegrinaggio l'aveva indebolito. Si accorse che faticava a colpire, e per schivare la lancia di uno dei due si sbilanci e cadde da cavallo; rotol a terra, e prima che potesse riprendere l'equilibrio i soldati gli erano sopra. "Non pu finire cospens in un lampo, "devo saldare il mio debito, non pu finire cos!". E improvvisamente, quando sembrava che Owen fosse spacciato, si ud un tuono squarciare la quiete della foresta: i due gendarmi ebbero appena il tempo di alzare la testa, che gi il leone era loro addosso. Li atterr con un balzo, le sue unghie strapparono le maglie dell'armatura, i suoi denti affondarono nella carne. Owen si rialz, ferito e dolente, ma non c'era pi bisogno di impugnare la spada: il leone era intento al suo banchetto, il suo manto candido era rigato di sangue umano. Continu a mangiare tranquillo, e

non prest pi attenzione n a Owen n a Luna, quando il guerriero la liber.
I due montarono a cavallo e corsero al palazzo della Duchessa. Owen era combattuto tra il desiderio di rivederla, la speranza di ottenere il perdono, e la paura di andare incontro al suo rancore. Quella donna, invece, che doveva aver sofferto tanto a causa sua, lo accolse a braccia aperte, senza una parola di rimprovero; per leggi incomprensibili ai mortali, il suo destino era ormai legato a quello del guerriero. Pass ancora qualche settimana. Poi, un giorno che passeggiavano sotto la quercia della fontana, lei si sciolse dal suo abbraccio, e gli disse:
"Non puoi restare qui, Owen: non puoi restare perch sei un mortale, e per quanto felice tu possa essere, sentirai sempre il richiamo del tuo mondo".
"Allora lasciamo questo paeserispose Owen, "andiamocene insieme; un'altra regina sieder sul trono della citt, e un altro cavaliere veglier sulla fontana. La tua vita ora  legata alla mia".
La duchessa rimase assorta a lungo, forse pensando a tutto ci che avrebbe perduto, mentre Owen cercava di convincerla: poi lo abbracci, e disse di s. Dopo di allora, vissero tutta la vita alla corte di re Art, dove furono amati e rispettati come sovrani. Ci che convinse quella donna, per, non furono i nuovi e differenti onori che si attendeva nel nuovo mondo, n la curiosit per una vita diversa; se scelse di seguire Owen, fu solo perch lo amava, e cap in tempo che questa piccola cosa che portava dentro era la pi importante della sua vita.
Quanto al suo vecchio mondo, nessuno ne seppe pi nulla: dopo di allora, fu come se la porta di comunicazione si fosse richiusa per sempre, e nulla potesse pi passarvi. Pu essere che la vita continui a scorrere, laggi, proprio come al tempo di questa storia; pu darsi che l'acqua sgorghi sempre dalla fontana, all'ombra della quercia, e che un nuovo cavaliere la difenda, al servizio di una donna misteriosa che regna su quella citt d'un altro mondo.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringraziano le seguenti persone e istituzioni: Rolf Andre, Kunstmuseum, Dsseldorf; Franois Avril, Curator, Dpartement des Manuscrits, Bibliothque Nationale, Paris; Andr Cariou, Curator, Muse des Beaux-Arts, Quim-per, France; Jen Coxsey, Publications Department, City Museum and Art Gallery, Birmingham, England; Kitty Cruft, Royal Commission on Ancient Monuments, Edinburgh; Danmarks Paeda-gogiske, Bibliotek, Copenhagen; Margit Engstrm, First Librarian, Vitterhetsa-kademiens Bibliotek, Stockholm; Clark Evans, Rare Book and Special Collec-tions Division, Library of Congress, Washington, D.C; Marielise Gpel, Archiv fr Kunst und Geschichte, West Berlin; Claus Hansmann, Stockdorf; Christine Hofmann, Bayerische Staatsgemldesammlungen, Munich; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, West Berlin; Bernd Krimmel, Mathildenhhe, Darmstadt; Kunsthistorisches Institut der Universitt, Bonn; Franoise Mestre, Jacana, Paris; Luisa Ricciarini, Milan; Justin Schiller, New York City; Robert Shields, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington, D.C; Julian Spalding, Director, City Art Gallery, Manchester, England; Lena Trnqvist, Librarian, Svenska, Barnb-oksinstitutet, Stockholm; Stephen Wildman, Deputy Keeper, City Museum and Art Gallery, Birmingham, England.
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FINE.